Battisti intoccabile, l’Italia rompe col Brasile

Niente estradizione per il killer dei Proletari armati per il
comunismo. La Farnesina richiama l’ambasciatore. Ecco la vera storia di
un delinquente comune diventato protagonista degli anni di piombo. E
mai pentito

Il vero scandalo del caso Battisti è che ci sia un «caso Battisti». Mentre infatti si può capire, anche se non necessariamente giustificare, che si apra un dibattito sul destino giudiziario dei «veri» ex terroristi - di gente cioè che nel passato, accecata da un’ideologia politica, ha commesso delitti che ha poi rinnegato - risulta del tutto incomprensibile quello che sta accadendo ormai da quasi vent’anni intorno a un delinquente comune della peggior specie. Che, per giunta, non ha mai neanche lontanamente voluto fare i conti con il suo passato. Ieri l’ennesima, triste puntata, con il pronunciamento della Procura generale brasiliana contro l’estradizione e la conseguente, durissima reazione italiana con il richiamo del nostro ambasciatore. E tutto questo per chi?

Ripercorriamo brevemente la «carriera» di Cesare Battisti, nome glorioso per un teppistello da quattro soldi che già a 18 anni, nel ’72, finisce in galera per furto; che due anni dopo si macchia di una rapina con sequestro di persona; che nel ’75 si rende colpevole di atti di libidine violenta su una disabile; che nel 1977 ritroviamo di nuovo in prigione dopo una rapina. Fino a questo momento, la politica Battisti non sa neppure che cosa sia. In carcere a Udine, però trova un «cattivo maestro», Arrigo Cavallina. Il colloquio deve essere andato più o meno come Battisti racconta nel libro autobiografico L’ultimo sparo: «Si era dedicato anima e corpo a spiegarmi che io non ero un delinquente in galera, bensì un proletario in rivolta sequestrato dal regime. Per quanto mi riguardava, non avevo nessuna difficoltà a crederlo, anzi mi chiedevo come mai non ci avessi pensato prima». Ecco la profonda motivazione ideologica del Battisti. Che una volta scarcerato, appiccicatosi addosso l’etichetta Pac (Proletari armati per il comunismo), continua a fare esattamente quello che faceva prima, aggiungendovi un surplus di ferocia che sgomenta i suoi stessi compagni. Rapina, spara, ferisce, uccide, compiacendosi ogni volta di «vedere uscire il sangue da un uomo colpito».

Finalmente arrestato, riesce a fuggire nell’81 e quindi viene condannato a due ergastoli (per quattro omicidi) in contumacia. Circostanza che, spudoratamente, diventa la sua unica linea di difesa («non ero presente ai processi, non ho potuto difendermi») e, incredibilmente, la barriera al riparo della quale la gauche francese lo accoglie, lo protegge, lo coccola, gli dà persino la patente di intellettuale per qualche brutto libro nel quale, in maniera più o meno romanzata, racconta i suoi crimini. Riassumendo: siccome è scappato, il processo non vale. E, visto che gli danno spago, invece di continuare a rapinare si mantiene raccontando le sanguinose rapine del passato: la beffa finale per le sue vittime.
Mai un moto di pentimento, solo arroganza esibita a piene mani anche quando, sorpresa, i francesi ci ripensano e, nel 2004, lo arrestano: «La mia guerra è finita, non rinnego e non rimpiango nulla»; «È ignobile e infame riagitare i fantasmi del terrorismo rosso». Gli intellettuali al caviale, di qui e di là delle Alpi, si mobilitano, fanno pressioni, firmano appelli deliranti. Tra i nostri si distinguono il fine disegnatore satirico Vauro; i deputati verdo-comunisti Paolo Cento e Giovanni Russo Spena; un pugno di scrittori come Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Roberto Saviano (ora, pare, pentito), Massimo Carlotto; una pletora di cinematografari, giornalisti, docenti universitari. Risultato: lo rilasciano e lui fugge: «Mi sottraggo al controllo giudiziario, a trent’anni dai fatti a pagare sarebbero i miei figli. Sarebbe scandaloso».

Di scandaloso, ovviamente, c’è solo il fatto che il losco figuro non sia in cella. Le speranze si riaccendono brevemente quando viene riacciuffato in Brasile, ma poi sapete come è andata. Complice anche, triste dirlo, un dossier del presidente emerito Francesco Cossiga (che, forse tradito dal suo amor di paradosso, cade nella trappola e lo dipinge come «criminale politico») il Brasile, dove scoppia una rivolta in carcere un mese sì e l’altro pure, ci tratta come un farsesco Paese dittatoriale, dove il «povero» Battisti rischierebbe di essere fatto fuori da fantomatici «servizi segreti paralleli legati alla mafia e alla Cia». Sembra un buffo sogno, invece è rabbiosa realtà. Battisti il mascalzone diventa un perseguitato politico, un martire, e tra pochi giorni porterà il suo irritante sorriso dai denti larghi, la sua oscena camminata sculettante e la sua beffarda faccia da schiaffi in giro per le strade di Rio. Libero, intoccabile. Mentre a noi tocca persino sorbire la lezioncina di un D’Alema sempre più impegnato a fuggire dal buon senso, che ammonisce a «non inasprire i rapporti con il Brasile» e, ovvio, invita al «dialogo».

Ridicolo: che altro ha fatto l’Italia? Mica siamo sbarcati a Copacabana con le truppe d’assalto: abbiamo gentilmente chiesto per le normali vie l’estradizione di un criminale. E come si comporterebbe lo statista con i baffi ora che il governo di Lula rappresenta il nostro Paese come un incrocio tra l’Argentina di Videla e la Cambogia di Pol Pot? Richiamare l’ambasciatore era il minimo, lo scontro diplomatico inevitabile. Desolante è semmai che si consumi sulla meschina figura di Battisti. Ma forse di questo D’Alema dovrebbe chieder conto a molti amici della sua parte politica.