Battisti, il terrorista fa la vittima «Darmi all’Italia è uccidermi»

L’ex leader dei Pac, pluriomicida, scrive dal carcere in Brasile contro l’estradizione: «È una macchinazione di Roma, Parigi e dei fascisti»

da Roma

Di lui si continuano a ricordare e vedere gli occhi, lunghi e luciferini, stampati anche sulle magliette dei militanti. Ma la voce di Cesare Battisti si perde negli anni della fuga, della latitanza e del carcere. Da Brasilia, dove è in attesa della sentenza che deciderà il suo futuro, l’ex terrorista accusato con sentenza definitiva di quattro omicidi commessi alla fine degli anni ’70, poi scrittore di libri noir, infine fuggitivo quando Chirac nel 2004 ne decise l’estradizione in Italia e catturato quasi due anni fa a Rio de Janeiro, scrive: «Sono caduto in un gioco politico sporco, le cui regole, e i veri obbiettivi, non conosco».
In lingua portoghese, e indirizzata ai «caros companheiros» del comitato «cesarelivre», Battisti accusa i governi di Francia e Italia, ricorda i prigionieri politici degli anni ’70 «sepolti vivi» nelle carceri d’Europa, parla di una «menzogna storica» che «è all’origine dei miei attuali problemi». Le parole dell’ex leader dei Pac ((Proletari armati per il comunismo) si scovano su Internet, la lettera è datata 20 luglio 2008 ed è stata pubblicata dal sito del comitato. Proprio quest’estate, la difesa dell’ex terrorista ha presentato domanda per l’acquisizione dello status di rifugiato e il fascicolo è all’esame del Conare, il comitato nazionale per i rifugiati del Brasile. Nonostante la consegna all’Italia decisa dai giudici brasiliani all’inizio del 2008, l’ex terrorista scrittore è quindi ancora «pendente» per la giustizia finché il ricorso non avrà esito.
Nella lettera, Battisti racconta della «sorpresa» dopo la sentenza di estradizione, dal momento che «io e la difesa non avevamo dubbi sull’influenza positiva sul procuratore generale della Repubblica». Pianifica poi nuove strategie: «Bisogna cominciare «col correggere errori che compagne e compagni francesi hanno portato avanti con tanta ostinazione», anche se «motivati dalle migliori intenzioni».
Si dice ora fiducioso, grazie ai suoi avvocati, di «avere reali possibilità di vittoria giuridica». Anche se ammette di non poter far finta che non esista «una forte influenza italo-francese qui in Brasile». Spiega che questa «è la mia unica possibilità di tirar fuori il mio nome dalla spazzatura dove gli oscurantisti da sempre vogliono collocarlo».
Delle sue condizioni, Battisti racconta di essere stato privato nel carcere brasiliano dei «benefici minimi che consentono di mantenere l’equilibrio psico-fisico», ma, nonostante ciò, invoca «battaglie» da intraprendere e «spero - incalza con lo slancio di un manifesto dal carcere - di essere parte attiva in questa lotta politica».
Si appella al presidente Lula, domanda: «Può consegnarmi a morte certa?». Ricorda di essere stato «bugiardamente condannato per gli assassini di poliziotti e secondini» e chiede ancora, con pathos insistente: «Mi lasceranno vivo? Non posso immaginare che il popolo brasiliano accetterà questa infame macchinazione dei governi della destra francese e italiana». Quest’ultimo «integrato da fascisti di mussoliniana memoria di Alleanza nazionale».
Chiude: in Brasile «voglio vivere» e «assumere per la prima volta, con tutte le garanzie costituzionali, le mie responsabilità processuali».