Baustelle: «Il nostro pop cupo ha lo spirito dei film noir»

Già apprezzato dalla critica, ora il gruppo di Montepulciano conquista radio e classifiche: «Il nostro sogno? Scrivere una colonna sonora»

Antonio Lodetti

da Milano

I suoni sono decisamente pop, con intarsi ritmici rock e al tempo stesso melodie volatili e leggere; un impasto semplice e accattivante, non c’è da stupirsi che le loro canzoni s’insinuino nella hit parade, che diventino bocconi prelibati per le maggiori radio, che i loro video entrino in rotazione su Mtv. Poi presti orecchio ai testi dei brani, carichi di angoscia, mal di vivere, malessere quotidiano, citazioni colte e ti domandi chi siano questi quattro toscani trapiantati a Milano - guidati dall’autore e cantante Francesco Bianconi e dalla pianista Rachele Bastreghi - che scambieresti senza problemi per una band inglese anni Ottanta. Così si scopre che i Baustelle sono la rivelazione di questo fine anno con l’album Malavita; premio al coraggio di rimanere fedeli alla linea stilistica presentando come singolo apripista La guerra è finita, brano che su un’aria allegra e pimpante racconta la storia di un suicidio. I maledetti vanno sempre di moda. «Non c’è niente di studiato in ciò che facciamo - racconta Bianconi -; abbiamo iniziato dieci anni fa nelle cantine e continuiamo a battere le stesse strade. Non vogliamo essere strani per piacere al pubblico, ma siamo contenti che la gente si sia accorta di noi dopo anni di gavetta underground. Ci siamo messi insieme per caso, come succede spesso; Rachele aveva la sua band al liceo, io scrivevo canzoni. Il successo è imprevedibile; il nostro primo disco, Sussidiario illustrato della giovinezza, ha vinto un sacco di premi ma non se l’è filato nessuno, ora invece...». Ora invece c’è Malavita, un po’ provocatorio, un po’ disperato, un po’ guascone, che fa leva sul disagio e sul mal di vivere dei giovani d’oggi e ha ipnotizzato i boss della Warner Brothers che li ha messi sotto contratto. «Certo, è un album cupo, pessimista, figlio dei tempi duri e difficili che viviamo. Non scrivo mai cose astratte, sono un umile cronista del quotidiano e questo è il mio primo disco politico. Prima ero molto più intimista, ora canto il sociale proiettato nella vita di tutti i giorni. Malavita nel senso di vita vissuta male ma anche di banditi, perché nella nostra cultura c’è il profumo dei noir anni Settanta».
E si parte, con il coraggio, l’incoscienza o la voglia di stupire? Con un disco (e un video) come La guerra è finita (senza parlare di Perché una ragazza d’oggi può uccidersi) dal sound pulitino e radiofonico ma dalle liriche crude e violente che le radio rispediscono subito al mittente. «La guerra è finita è la storia di una ragazza che si uccide, un argomento che non piace ai media, abituati a raccontare il volto patinato del mondo. Solo radio DeeJay ha avuto il coraggio di trasmetterla, e poi a ruota tutte le altre. Il pubblico l’ha accolta molto bene, evidentemente stufo della musica usa e getta». E i richiami maledetti si ripetono a ritmo continuo nelle tracce e nella foto di copertina del cd, che richiama i noir anni ’70. Il corvo Joe, cita chiaramente Poe. «Sì, quando dice “solo certi poeti del male mi sanno cantare”, ma nella frase “meritate di andare per me nell’eterno dolore” mi ispiro a Dante. La Divina commedia è la mia prima fonte di riferimento». E le altre? «Le maestose costruzioni sonore di Morricone per il cinema e le musiche dei gialli anni ’60 e ’70, che usavano il rock e il pop fondendolo con arrangiamenti barocchi. Il nostro sogno nel cassetto è quello di scrivere la colonna sonora di un film, un noir naturalmente», visto che Bianconi fisicamente è un incrocio fra Tomas Milian e Luc Merenda. Per raccontare le radici musicali dei Baustelle non basterebbe un libro. «Amiamo Jim Morrison, simbolo di trasgressione ma soprattutto di rivoluzione culturale e del linguaggio, e i cantautori francesi, dal tradizionale Brel al più stravagante Serge Gainsbourg. Tra i nuovi gruppi citiamo per tutti i Blonde Redhead». Alla fine, sempre di pop si tratta. «Certo, facciamo canzonette per combattere il logorio della forma-canzone. Ci interessa la stratificazione degli arrangiamenti; nel prossimo disco magari ci sarà l’orchestra, o l’elettronica, ma riconoscerete sempre lo stile Baustelle».