Bavaglio laicista senza ragione

Francesco Cossiga *

Ho letto con grande interesse i risultati, mi sembra dal giornale del tutto ideologicamente condivisi, dell'inchiesta demoscopica pubblicata su La Repubblica, in merito all’atteggiamento degli italiani nei confronti delle pronunzie della Chiesa Cattolica, quella universale e quella particolare d’Italia, su fatti che interessano la politica o vi sono connessi. E ne ho tratto conferma dello scarso liberalismo che informa le convinzioni politiche e gli ideali degli italiani, del carattere giacobino o idealista germanico, e cioè statalistico, del “liberalismo” nostrano, e dell’equazione in vigore nel nostro Paese tra laicismo e liberalismo.
Come cittadino di uno stato certo democratico, anche se, ad esempio in materia di giustizia e di ordinamento giudiziario, e adesso vedo nel campo delle libertà religiose, assai poco “liberale”, è mia ferma convinzione che la Chiesa, anche quella particolare d’Italia, ha come tutte le altre confessioni religiose, il diritto di «dire quello che vuole», su ogni cosa. Come cattolico, devo accettare tutto quello che la gerarchia dice ed anche adeguarmi ai suoi insegnamenti, e non essendo un «cattolico adulto» come i “prodiani”, anche alle sue direttive, salvo il diritto di obiezione in base al primato della coscienza, motivato da «ignoranza invincibile» o dal primato della coscienza che si fonda, come nei prodiani, su una coscienza teologicamente e filosoficamente «informata e formata».
Come cattolico liberale ritengo però che la Chiesa debba limitarsi a pronunziarsi sulle cose della politica che possano e debbano essere oggetto di giudizi morali o di fede: aborto, metodi per la limitazione delle nascite, matrimonio, libertà della scuola e così via, e non invece su affari strettamente politici e temporali. Certo, come a suo tempo molti cattolici europei e anche del nostro Paese, io troverei difficoltà ad accettare l’invito rivolto dalla Santa Sede nel secolo XIX ai cattolici irlandesi di almeno sospendere la loro confrontazione globale con il governo di Londra, per non essere di ostacolo al ristabilimento in Gran Bretagna della gerarchia cattolica ordinaria che era: oggetto di trattative riservate tra Roma e l'Inghilterra. I cattolici irlandesi non obbedirono. Così anche avrei trovato difficoltà ad accettare l’invito rivolto dalla Santa Sede ai cattolici del partito del Centrum germanico di non opporsi alla legge sul bilancio settennale militare voluta da von Bismarck, perché questi mitigasse il Kulturkampf e permettesse la provvista di alcune diocesi cattoliche del Reich. I politici cattolici del Centrum non obbedirono. Se francese non avrei trovato difficoltà politiche, ma ideali sì, ad adeguarmi alle «direttive» di Papa Leone XIII ai cattolici francesi, in gran parte monarchici, di accettare la repubblica «per il bene della Chiesa di Francia». Avrei trovato difficoltà, se tedesco, ad adeguarmi alle direttive ispirate dal Nunzio Apostolico Mons. Eugenio Pacelli ai cattolici tedeschi di sciogliere il partito del “Centro” per agevolare la conclusione del concordato con il Reich nazista. E così anche da italiano avrei avuto difficoltà ad accettare l’esilio di Don Sturzo ordinato e poi lo scioglimento del Partito popolare italiano disposto dalla Santa Sede per avviare con il regime fascista le trattative che portarono alla stipulazione del Trattato e del Concordato con il Regno d’Italia, già governato dal fascismo.
Non ho approvato la condanna della devolution (anche se si tratta di una riforma mal fatta e pericolosa...) da parte, sembra, della maggioranza della Conferenza episcopale, mentre i prodiani, detti altrimenti «iristi», o «nomisimisti» o «goldmansachsisti» approvavano, nello stesso momento in cui, a due giorni dalla reiterata condanna del Papa, il leader unionista Romano Prodi in una lettera all’Arcigay, associazione che rispetto anche perché presieduta dal caro amico Grillini, l’inserimento dei Pacs nel programma elettorale e di governo dell’Unione.
Respingo invece fermamente la tesi che il carattere laico del nostro Stato e l’esistenza di un trattato e concordato tra esso e la Santa Sede costituisca limite alla libertà di giudizio del Papa e dei vescovi su questioni che interessano la vita politica italiana. Certo consigliando che ci si limiti a giudizi su questioni che interessano la libertà della Chiesa, la fede e la morale, compresa la morale sociale.
Per quanto possa averne titolo quale laico, cattolico e liberale, rivolgo ai nostri vescovi l’invito contenuto in un brano degli Atti degli Apostoli che ho letto su un libro pubblicato da una confessione cristiana protestante, libro che uso normalmente come testo di lettura religiosa e di meditazione: «Una notte il Signore disse in visione a Paolo: non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te, e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male» (Atti degli Apostoli, 18,9-10). E facciano ciò, io aggiungo, anche a costo di... perdere l’otto per mille!
* Presidente emerito della Repubblica
PS. Che mai avrebbero detto i «liberal-laicisti» italiani se Berlusconi avesse, come invece ha fatto Tony Blair, nominato all’ufficio di ministro dell’Istruzione una deputata «sovranumeraria» dell’Opera della Santa Croce, altrimenti detta Opus Dei?