Bazoli-Geronzi, tre partite in una

Dal confronto Intesa-Mediobanca sull’assetto di Telecom, alla fusione di Capitalia in Unicredit: i nuovi equilibri della finanza portano a una diarchia di grandi banchieri. E al controllo del Leone

da Milano

Telecom Italia passa di mano, Mediobanca rinnova i suoi soci, Generali è minacciata da scalate ostili. Tutto nel giro di questi tre giorni di fine ottobre 2007. Ma non è un caso.
Le origini di questo intreccio risalgono alla primavera scorsa quando, nel giro di un mese, si sono giocate due partite decisive per gli equilibri della grande finanza (e quindi del grande potere, quello vero) nazionale. Prima il passaggio di Telecom Italia a una cordata messa in piedi da Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali (con Telefonica partner industriale). Poi la fusione per incorporazione di Capitalia in Unicredit, le due banche che messe insieme controllano il 18% di Mediobanca. La quale, da sola, detiene il 15% delle Generali. Che, a sua volta, rappresenta l’unico gruppo finanziario di dimensioni e peso internazionali che ci sia nel nostro Paese.
Il gioco ha sparigliato gli equilibri del potere, creando una concentrazione mai vista in Unicredit-Mediobanca (pur lenita dall’obbligo posto dall’Antitrust a Unicredit di cedere la metà di quel 18% in Piazzetta Cuccia) e dando vita alla nuova diarchia del potere finanziario: quella tra Cesare Geronzi (il banchiere romano forse più vicino al mondo Fininvest-Berlusconi, che dopo la fusione di Capitalia è diventato presidente di Mediobanca) e Gianni Bazoli (il presidente di Intesa Sanpaolo, storicamente vicino ai dossettiani della vecchia Democrazia Cristiana e oggi al presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha nelle Generali uno dei suoi grandi azionisti, con il 5%, nonché il principale partner industriale).
Proprio su Telecom è andata in onda la prima parte dello scontro. Con Mediobanca e Intesa impegnate fin dalla scorsa primavera a conquistare la primazia nella nuova distribuzione del capitale del gruppo di tlc. E, da oggi, pronte a sfidarsi sulla scelta dei manager. Tanto che già si parla di un incontro prossimo (lunedì ?) e segreto proprio tra Geronzi e Bazoli.
Poi è arrivata la fusione Unicredit-Capitalia. Che Bazoli ha pubblicamente contestato sollevando la questione della nascita di una catena che parte da Unicredit e arriva fino a Intesa passando da Mediobanca e Generali. Con dubbi e rischi sul piano della concorrenza. Ma nello stesso tempo si è rafforzato proprio nelle Generali (dove Intesa è già socio con l’1,9%), seppur indirettamente, tramite l’ingresso con il 2,3% del capitale del finanziere franco polacco Romain Zaleski, a lui assai vicino. Perché alla fine le partite decisive si risolvono sempre sul capitale del Leone triestino. Come è già avvenuto nel 2003 con la scalata che è costata il ribaltone nella Mediobanca allora guidata da Vincenzo Maranghi.
Per questo tutti si aspettano che la diarchia Bazoli-Geronzi si giochi soprattutto in una battaglia di posizione sulle Generali. Senza dimenticare che gli attori in campo sono anche altri: dal distaccato Alessandro Profumo, il capo di Unicredit che a chi gli chiedeva perché non uscisse del tutto da Mediobanca ha risposto di non essere «Alice nel Paese delle Meraviglie»; al presidente della compagnia triestina, Antoine Bernheim, capofila del gruppo di investitori francesi di Mediobanca.
In questo quadro la compagnia è oggi debole, ingessata dalle lotte di potere che si svolgono sopra di lei, privata di alcuni gradi di libertà rispetto alla programmazione delle strategie di espansione. Prevale, piuttosto, un’esigenza di protezione da parte di Mediobanca e dei suoi azionisti. Ed ecco che le banche d’affari prima, gli hedge funds in questi due giorni, hanno criticato il piano industriale e la governance, portando alla luce del giorno tali debolezze. Che si riflettono nella sottovalutazione del titolo: è bastata una lettera spedita da un socio con lo 0,3% per far guadagnare quasi il 10% alle azioni Generali in due giorni. Che sia solo l’inizio, è ancora presto per dirlo.