La Bce ai governi: la spesa va tagliata di più

Almunia: se la crisi peggiora non siamo ancora pronti

da Milano

Un taglio: non ai tassi, ma alla spesa pubblica. Nonostante il forte indebolimento del ciclo economico, la Bce chiede ai principali Paesi di Eurolandia di affrontare con rigore il processo di risanamento dei conti pubblici, intervenendo con decisione sul lato delle uscite. Senza inoltre trascurare il nodo dei rinnovi contrattuali, strettamente legato al vero incubo dell’Eurotower, l’inflazione, destinata a restare elevata «per un periodo piuttosto lungo».
È affidato all’ultimo bollettino mensile l’appello rivolto ai governi dall’istituto guidato da Jean-Claude Trichet. Certo non è il primo, ma l’invito a rispettare gli impegni presi assume una particolare valenza nell’attuale contesto congiunturale, in cui l’istituto di Francoforte, nel raccogliere i dati sull’andamento dei conti pubblici, sottolinea il «rapido calo» della crescita delle entrate imputabile al peggioramento del quadro macroeconomico e alla crisi del mercato immobiliare. Fin qui, niente di anormale. Ciò che invece la Bce considera un elemento di preoccupazione è che alcuni Paesi, in periodi migliori, «abbiano utilizzato parte delle entrate superiori alle attese per finanziare incrementi di spesa o sgravi fiscali, anziché per accelerare la riduzione del disavanzo e del debito».
Ma quali sono i Paesi che dovrebbero mettere in atto «misure correttive necessarie ad assicurare progressi verso il risanamento dei conti pubblici, preferibilmente dal lato della spesa»? Spagna e Irlanda, alle prese con un forte calo delle entrate, sono in prima fila, ma il discorso riguarda anche Germania, Francia e Italia. Nel nostro caso, la Banca centrale giudica «in qualche modo meno ambiziosi di quanto contemplato dal precedente programma di stabilità» gli obiettivi della manovra triennale di bilancio, con un deficit pari al 2,5% del Pil per quest’anno e al 2% il prossimo. Il bollettino considera comunque apprezzabile l’aver «confermato l’obiettivo di un bilancio strutturale in pareggio per il 2011».
Riservata in modo particolare alla Germania è invece la bacchettata per i generosi aumenti contrattuali concessi, che creano «fortissimi timori» di una fiammata dei prezzi. Nonostante il recente calo dei prezzi del petrolio (ieri a New York appena sopra la soglia dei 100 dollari), la Bce non esclude che le pressioni dei passati rialzi possano ancora far scattare «una spirale salari-prezzi che minaccerebbe l’occupazione e la competitività». Un rischio da evitare, ancor più ora che le prospettive di crescita economica sono «circondate da un grado di incertezza particolarmente elevato» e «in generale prevalgono i rischi al ribasso». L’euro è infatti sceso ieri sotto 1,39 dollari.
Lo stato di salute economico di Eurolandia sarà da oggi al centro della riunione di Nizza dei ministri delle Finanze dei Quindici. I timori sono legati anche a un eventuale peggioramento dei mercati finanziari. Se la crisi dovesse aggravarsi, l'Europa «non è ancora pronta per fronteggiare lo scenario peggiore», ha avvertito il commissario Ue agli affari Economici e monetari, Joaquin Almunia. Che insiste sulla necessità di adottare rapidamente i provvedimenti tesi a rafforzare la trasparenza e la vigilanza sui mercati finanziari.