«La Bce aiuti la valuta Usa»

«Livello massimo a 1,30 dollari». Sfilata di premi Nobel per l’economia ai «Telecom Colloquia»

da Milano

«Da tempo sostengo che è assolutamente necessario che la Bce stabilisca un tetto all’euro rispetto al dollaro, in modo che non ci sia una apprezzamento eccessivo». Robert Mundell, premio Nobel per l’economia 1999 non ha espresso dubbi. E ha anche indicato un limite preciso per la corsa della moneta europea: «le riserve della Bce devono sostenere il dollaro quando il tasso di cambio arriva a 1,30. A quel punto è indispensabile che l’euro non cresca troppo e il dollaro non scenda troppo. Il tasso di cambio è la variabile economica più importante, molto più importante del tasso di interesse». Se l’euro supera 1,30 dollari, per Mundell, si verifica «una situazione dannosa per tutte le economie europee, con l’eccezione della Germania che probabilmente è in grado di tollerarla perché è in un momento di boom economico. L’economia Usa due o tre anni fa attraversava un momento di rallentamento, mentre quella europea era ancora in boom: il dollaro è sceso e l’euro è schizzato, con un aumento di circa il 70%. Questo ha causato poi il rallentamento e la recessione in Europa. Se ci dovesse essere un apprezzamento eccessivo dell’euro, si potrebbe verificare di nuovo quel tipo di situazione».
Cambi e crescita hanno tenuto banco ieri al Telecom Future Centre di Venezia per la quarta edizione dei «Telecom Colloquia» dedicati alle «Utopie sostenibili». A sfilare una platea di economisti di grido: dallo stesso Mundell a James Heckman, Robert Solow e Amartya Sen (altri premi Nobel) fino al francese Jean Paul Fitoussi e al guru del marketing Philip Kotler (nell’occasione premiato per le sue ricerche).
E mentre l’americano Allen Sinai ha messo il dito sulla piaga del buco di bilancio negli Usa («gli Stati Uniti hanno problemi di spesa militare e spesa sanitaria»), Eckman ha preso invece di mira i mali europei. A partire dal sistema pensionistico. Heckman ha sottolineato come il dato fondamentale sia determinato dall’allungamento della vita media. Chi va in pensione a 57-58 anni dovrebbe poter «continuare a lavorare» dato che avrebbe altri 20 anni di attività tenendo conto anche dei «parametri relativi alla salute che sono sostanzialmente migliorati».
D’accordo con lui Mundell, secondo cui, la vita media, più lunga che nel passato, dovrebbe diventare la «variabile» di riferimento per la riforma delle pensioni. In particolare, sintetizza Mundell, la pensione non dovrebbe scattare automaticamente, ma in modo graduale si potrebbe aumentare la permanenza al lavoro: «Ad esempio chi dovesse andare in pensione oggi potrebbe iniziare a lavorare sei mesi in più e così via». Su posizioni simili a quelle dei colleghi anche il premio Nobel 1987, Solow, 80 anni, che ha osservato come «a fare discorsi relativi all’aumento della permanenza sul posto di lavoro siano sempre economisti, gente come noi che adora il proprio lavoro e non vorrebbe mai smettere».