Bce in allerta sui prezzi, volano i tassi

da Milano

A Wall Street, la stagione delle decapitazioni eccellenti non è ancora finita. Dopo quelle dell’ex amministratore delegato di Merrill Lynch, Stanley O’Neil, di Charles Prince, ex numero uno di Citigroup, e del co-direttore generale di Morgan Stanley, Zoe Cruz, ieri sono cadute anche le teste di due top manager di Lehman Brothers.
Il siluramento ha colpito il direttore finanziario Erin Callan, tra le donne più potenti della comunità finanziaria Usa, e il direttore generale Joseph Gregory, una vita passata tra le scrivanie della quarta banca d’affari a stelle e strisce. Saranno sostituiti da Ian Lowitt e Herbert McDade.
La decisione di estromettere i due dirigenti è maturata dopo l’ennesimo bagno di sangue patito dai titoli nei primi tre giorni della settimana, con 4,5 miliari di dollari di capitalizzazione andati in fumo. Dall’inizio dell’anno le azioni Lehman hanno perso oltre il 60% del proprio valore, sull’onda delle notizie sempre meno rassicuranti sullo stato di salute della merchant bank, infettata dal virus subprime e considerata un’altra potenziale Bear Stearns, l’istituto salvato dalla bancarotta grazie all’azione combinata di Federal Reserve e Jp Morgan.
La trimestrale presentata lunedì scorso è andata oltre perfino le peggiori aspettative: per la prima volta dal 1994, tra aprile e giugno la banca ha accusato una perdita di tre miliardi, mentre 130 miliardi di asset sono stati venduti per far fronte alle difficoltà finanziarie. Ulteriori timori ha generato tra gli investitori l’aumento di capitale da sei miliardi, chiuso proprio ieri, attraverso cui Lehman cerca di recuperare la credibilità perduta.
L’estromissione dei due manager, destinati comunque a restare all’interno della banca con mansioni secondarie, è un segnale forte di cambiamento che Lehman vuole lanciare all’esterno. Che però, almeno per ora, Wall Street non ha colto. Anche ieri i titoli hanno perso fino al 7%, in un mercato ben intonato grazie al dato positivo sulle vendite al dettaglio, cresciute in maggio dell’1%, a un ritmo che non si vedeva da sei mesi. La stampella da 150 miliardi di dollari messa a disposizione dall’amministrazione Bush per sorreggere consumi zoppicanti sembra dunque funzionare. All’inizio di giugno erano arrivati agli americani circa 57 miliardi, poco più di un terzo rispetto alla somma complessivamente stanziata. Resta ora da vedere se i consumi conserveranno questo trend ascendente anche da luglio in avanti, tenuto conto dei rincari della benzina e delle rate crescenti dei mutui a tasso variabile. Non sono invece buone le notizie dal fronte dell’inflazione. I prezzi all’import sono saliti in maggio del 2,3% negli Usa, contro il 2,4% di aprile, mentre su base annua la crescita è stata del 17,8%. Cifre che rappresentano un motivo in più di allarme per la Federal Reserve. Secondo il presidente della Fed di Philadelphia, Charles Plosser, la Banca centrale americana deve agire «d’anticipo» per combattere la pressione dei prezzi. Alzando i tassi.