La Bce alza i tassi. E non vuole fermarsi

«Il risanamento dei conti pubblici è essenziale per una crescita più forte»

Rodolfo Parietti

da Milano

Manca solo il cartello «lavori in corso». Il cantiere della Bce non chiude neppure in agosto, perché il fortino a difesa dell’inflazione ha bisogno di altri mattoni. E in fretta. Ecco allora, un paio di mesi dopo l’ultimo intervento, la decisione di alzare di un altro quarto di punto i tassi, portati ieri al 3% «con schiacciante maggioranza», come ha precisato il presidente dell’istituto di Francoforte, Jean-Claude Trichet, nella conferenza stampa che ha fatto seguito al direttivo della banca.
La sottolineatura sulla coesione nelle strategie di politica monetaria tra i componenti il bord della banca è tutt’altro che casuale, avendo invece un’impronta marcatamente politica: finché la Bce si muoverà con questa unità d’intenti, gli inviti alla cautela rivolti dai governi di Eurolandia e dal Fondo monetario internazionale cadranno nel vuoto. Trichet, del resto, non considera ancora conclusa l’opera di aggiustamento del costo del denaro, pur ribadendo che l’istituto «si muove quando serve», senza tesi precostituite e «senza alcuna tempistica». La filosofia di comunicazione del banchiere francese resta la più possibile trasparente: se all’inizio di luglio l’annuncio della convocazione per il 3 agosto di una vera e propria riunione del consiglio, al posto della tradizionale videoconferenza, aveva sgombrato il campo dai residui dubbi sulle intenzioni della Bce, le parole pronunciate ieri da Trichet sono apparse altrettanto chiare per i mercati, con l’euro salito fino a un massimo di 1,2817 dollari (ma la chiusura è avvenuta su basi più deboli) e con le Borse europee che hanno faticato a riassorbire perdite superiori all’1%. «Se lo scenario sarà confermato - ha spiegato il numero uno di Francoforte - progressivamente ridurremo il carattere accomodante della politica monetaria».
Insomma: da un lato, la Bce continua a considerare basso il costo del denaro, senza tuttavia quantificare quale sia il plafond ottimale («il livello normale è quello che assicura la stabilità dei prezzi e un solido ancoraggio delle aspettative di inflazione»); dall’altro, mette tutti sull’avviso. Lo scenario cui faceva riferimento Trichet, infatti, è quello costruito sulla base di un’inflazione fuori controllo, destinata a viaggiare oltre il tetto del 2% non solo quest’anno ma anche nella seconda metà del 2007, quando si manifesteranno appieno gli effetti dei rincari delle quotazioni del petrolio; ma è anche quello di una «crescita economica sostenuta» all’interno di Eurolandia, tale da far ritenere «non assurdo» uno sviluppo del Pil di circa il 2%. E dunque a rendere sopportabili ulteriori strette (gli analisti non escludono tassi al 3,5% entro fine anno), nonostante i rischi geopolitici costituiscano un’incognita seria in grado di sovvertire ogni previsione.
Trichet ha comunque spiegato di non vedere, almeno per il momento, «alcun impatto significativo sulla crescita globale», per poi invitare i governi della eurozona a sfruttare l’attuale, positivo contesto economico per accelerare il risanamento dei conti, operando sul versante della spesa, più che sul lato delle entrate. Quanto alle stime secondo le quali l’azione di riequilibrio della finanza pubblica starebbe costando a Italia e Germania un rallentamento economico, il numero uno di Francoforte ha replicato ricordando «che quando si è credibili sul consolidamento delle finanze pubbliche sul medio termine si rafforza la fiducia, e la fiducia è uno degli ingredienti necessari a rafforzare la crescita economica».