La Bce dà una mano all’Europa

Ancora tensioni sui tassi. L’Ue pronta a tagliare le stime di crescita. Il Pil Usa in frenata: + 0,6% nel quarto trimestre 2007

da Milano

Mentre a Wall Street impazza il tiro a segno contro due totem finora intoccabili come la Federal Reserve e la Sec (l’equivalente della nostra Consob) per come hanno gestito la crisi finanziaria, l’Europa prova a far da sola, riuscendo a centrare un obiettivo raramente raggiunto, il decoupling borsistico. Uno sganciamento dall’America il cui merito, almeno per una volta, va dato (in parte) alla Bce. Alle prese con tassi interbancari sempre più in tensione (l’Euribor a tre mesi è balzato ieri al 4,728%, contro il 4% del livello di riferimento), l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet ha garantito di essere pronto: se sarà necessario, i mercati saranno riforniti di nuova liquidità.
La disponibilità dell’Eurotower ha finito per rassicurare gli investitori, contribuito a canalizzare gli acquisti sui titoli finanziari in prima battuta e poi sugli altri comparti, con il risultato di rivitalizzare gli indici di circa un punto percentuale (Milano ha guadagnato l’1,46%). C’è, tuttavia, un rovescio della medaglia. Ormai da mesi, le banche centrali iniettano a ripetizione liquidità nel tentativo di sanare il credit crunch, provocato dalla crescente diffidenza delle banche a prestarsi reciprocamente denaro in seguito al continuo affiorare di perdite e svalutazioni legate alla crisi subprime. A giudicare dall’andamento dei tassi interbancari europei, l’arma degli interventi è apparsa finora inefficace. Come sparare a un elefante con il fucile caricato a pallini. Non è un caso, infatti, se il vertice del G7 - come ha spiegato una fonte a Reuters - si riunirà il prossimo 11 aprile a Washington proprio allo scopo di dare risposte alla crisi del credito.
Prima di allora, Eurolandia potrebbe sapere quale sarà il tributo da pagare quest’anno alla crisi sotto forma di un rallentamento della crescita economica. Dopo la Bce, anche la Commissione Ue si appresta infatti a rivedere al ribasso le proprie stime di sviluppo: dall’1,8% finora previsto, si passerebbe a una percentuale comunque non inferiore all’1,5%. E nel 2009, secondo le valutazioni di Bruxelles, l’espansione sarà ancora più contenuta.
Peggio potrebbe andare all’America, già in odore di recessione quest’anno, come certificato nei giorni scorsi da Ocse e Fondo monetario internazionale. Ieri, gli Usa hanno avuto la prova definitiva della forte decelerazione subita dal ciclo nel quarto trimestre 2007, archiviato con un più 0,6% che appare più che modesto se paragonato al 4,9% realizzato tra luglio e settembre. Cifre che, per quanto superate, Wall Street non ha mostrato di gradire (meno 0,97% il Dow Jones, meno 1,81% il Nasdaq). A pesare, resta la spada di Damocle delle svalutazioni: secondo gli analisti, Merrill Lynch potrebbe iscrivere 6 miliardi di dollari di write off nella relazione del primo trimestre. Le banche rischiano, inoltre, di dover far fronte alle insolvenze sui prestiti garantiti dalle case, ricevuti dagli americani per acquistare l’auto, il frigorifero o per far studiare i figli. La cifra in gioco è da brividi: 1.100 miliardi.
Il clima è insomma ancora teso, e non aiutano a stemperarlo le critiche piovute sulla Sec, da molti giudicata lenta e superficiale nella gestione del caso Bear Stearns, mentre la Fed è finita nel mirino di Business Week per eccesso di interventismo. Il titolo di copertina dice già tutto: «Il Rivoluzionario Riluttante: dove ci sta portando Bernanke?». A Wall Street, c’è chi considera il leader della Fed l’emblema del Socialismo finanziario a stelle e strisce.