La Bce fa salire ancora i mutui

Domenica il premier israeliano Ehud Olmert incontrerà il presidente dell’Autonomia palestinese Abu Mazen; tra pochi giorni a Bagdad si terrà il summit in cui Condoleezza Rice parlerà direttamente con iraniani e siriani sulla sicurezza in Irak; fra tre settimane ci sarà il summit arabo di Riad in cui i sauditi dovrebbero rinfrescare la loro proposta di pace del 2002. Prima di avventurarsi in previsioni e speranze di qualche passo avanti, però, sarà bene guardarsi intorno nel Medio Oriente per cercare di capire cosa succede tra Israele e i palestinesi. Anche il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema dovrebbe cercare di farlo senza gli occhiali dell’ideologia: tra i leader europei è quello che più di ogni altro ha deciso che di fatto l’accordo della Mecca dell’8 febbraio fra Hamas e Fatah ha significato l’implicito riconoscimento dello Stato d’Israele; e che di conseguenza l’Europa, che insiste sulle condizioni del Quartetto (riconoscimento di Israele, fine del terrorismo, rispetto degli accordi già raggiunti), deve riaprire le strade diplomatiche e i cordoni della borsa.
La strada palestinese racconta chiaramente lo stato delle cose: a Khan Yunis, all’ingresso del negozietto di musica di Mohammed al Shaer c’è un avviso: quelle vendite sono haram, proibite dall’Islam. Mohammed non ci ha fatto caso finché una bomba gli ha fatto saltare in aria il negozio. Intorno, decine di Internet café, negozi di musica e farmacie sono saltati in aria da ottobre. Volantini con le rivendicazioni di un gruppo, «La spada dell’islam», hanno fatto parlare della branca di Al Qaida installatasi a Gaza, ma la radicalizzazione religiosa in realtà ha origine dal grande potere di Hamas. Anche i delitti d’onore hanno avuto un picco. E il ministero dell’Educazione ha ordinato di togliere dal mercato un’antologia di famose storie popolari narrate da donne palestinesi perché, dice il ministro Nasser Shaer, il libro «è pieno di espressioni sessuali».
Il fatto che Hamas, che sta per formare un governo con Fatah, si impegni a consolidare nei Territori palestinesi un piccolo Iran sunnita, dimostra che ha acquistato una forza che lo guida nelle sue scelte anche di politica interna, che rispecchia la sua determinazione a riconquistare all’Islam tutta la Terra, «dal fiume al mare», come dicono. Hamas è sicuro che il suo messaggio egemonico integralista sia anche un «asset» strategico che dà coesione e rapporti internazionali utili, un vantaggio per la vittoria totale. Lo testimonia anche l’integralismo dei libri di testo delle scuole, mirati alla costruzione di una mente palestinese jihadista e alla sparizione di Israele. Il mondo palestinese non si aspetta la pace, né la richiede. Un ministro del precedente governo di Fatah, Abu Ali Shahini, ha risposto alle critiche di Al Zawahiri, il vice di Bin Laden, sui contatti di Abu Mazen con gli americani dicendo: «Fate a Bush quello che volete, vi auguriamo il successo... Noi combattiamo gli americani e li odiamo più di voi».
Ma nuove voci sostengono che «Hamas è pronto a una tregua», e l’Occidente si mette in religioso ascolto, fino alla prossima decisa, indignata smentita. Il leader supremo di Hamas, Khaled Mashaal, martedì scorso è stato chiarissimo: ha incontrato a Teheran il presidente Ahmadinejad, che gli ha rinnovato l’impegno dell’Iran come grande sostenitore e finanziatore, e che gli ha confermato che non deve temere nessun bando europeo, e che Israele scomparirà dal mondo.
Se domenica Olmert e Abu Mazen si incontreranno, uscirà da parte di Olmert la stessa richiesta di un riconoscimento che non può arrivare, visto che lui ha solo il 30% nel Paese, e che il governo è controllato da Hamas.
A Bagdad, poi, la Rice incontrerà un Iran convinto che sta mettendo in ginocchio il morale degli Usa e di Israele, che può contare su un nuovo tipo di deterrenza terroristica, su postazioni sempre più forti in Libano, dove gli Hezbollah sono pronti a distruggere il governo di Fuad Siniora e a lanciare un’altra guerra contro Israele.
A Riad, infine, il rilancio del piano di pace ha un ostacolo insuperabile: quello dei profughi palestinesi, che i sauditi chiedono di riammettere in toto nei confini dello Stato ebraico. Israele, se vuole restare se stesso, con i suoi sei milioni abitanti compresi gli arabi israeliani, non può certo permettere l’ingresso di più di 5 milioni di discendenti dei profughi del ’48 e del ’67. I sauditi lo sanno, ma sanno anche che i Paesi arabi li vogliono cacciare, e temono la crescita del carisma iraniano.
Fiamma Nirenstein