La Bce fa di testa sua e alza i tassi al 2,25%

Trichet sicuro: «Nessuna pressione ci può influenzare» Monito del Fmi

Rodolfo Parietti

da Milano

In ossequio al «non ti curar di lor» di dantesca memoria, la Bce ignora gli inviti alla prudenza di governi ed economisti e si muove nella direzione più volte preannunciata nelle ultime due settimane, alzando i tassi di un quarto di punto, dal 2 al 2,25%. Tutto ampiamente scontato: sia l’entità del ritocco, sia le ragioni alla base della decisione, presa come misura di contrasto all’inflazione dopo oltre due anni di immobilismo forzato a causa dell’abulia del ciclo economico.
«Siamo la banca centrale più prevedibile del mondo e continueremo a essere altrettanto prevedibili», ha detto ieri tra il serio e il faceto il presidente dell’Eurotower, Jean-Claude Trichet, durante la conferenza stampa che ha seguito la riunione del board. In modo altrettanto prevedibile, sono subito scattate le reazioni. Non ultima quella del Fondo monetario, che ha ricordato all’Eurotower come prima di procedere con ulteriori strette sia il caso di attendere «prove solide» sulla sostenibilità della ripresa.
Qui sta infatti il cuore del problema: capire cioè se il modesto aggiustamento di ieri, il primo dopo un lustro e dunque probabilmente assorbibile senza traumi, sia lo spartiacque che separa il lungo periodo della politica monetaria accomodante (con i tassi reali praticamente prossimi allo zero) da un futuro prossimo venturo in cui il costo del denaro è destinato a subire ripetuti irrigidimenti. Trichet ha negato ancora una volta che la mossa di ieri impegni il direttivo «in una serie di rialzi» e ha ribadito che la Bce agirà «di volta in volta» tenendo conto della situzione congiunturale. I mercati gli hanno creduto, al punto da schiacciare l’euro sotto la soglia psicologica di 1,17 dollari (1,1693 il minimo di seduta). Il movimento ribassista della moneta unica è tutt’altro che bizzarro, perché le parole di Trichet hanno tolto ai mercati certezze sull’accorciamento a breve del differenziale tra i tassi europei e quelli americani, attualmente al 4% ma suscettibili di ulteriori aumenti.
Il banchiere francese ha naturalmente difeso a spada tratta la mini-stretta, decisa all’unanimità dal consiglio dell’istituto. Per la prima volta, Trichet ha tuttavia parlato dei «vari punti di vista, scontri, condivisioni» all’interno del board sul tema-tassi. «Alcuni avrebbero immaginato i tassi più alti, altri che avremmo potuto aspettare ancora. Ma dopo il dibattito tutti hanno ritenuto corretto il rialzo di 25 punti base». Giustificato da ragioni economiche, in particolare dai «rischi per la stabilità dei prezzi», aumentati a causa degli elevati prezzi del petrolio. La Bce ha infatti rivisto al rialzo, al 2,1%, la stima 2005 sull’inflazione, prevista per il 2006 tra l’1,4 e il 2,6%. Al tempo stesso, sono state ritoccate verso l’alto anche le stime sul Pil, destinato a crescere quest’anno dell’1,4% e dell’1,9% l’anno prossimo. Per Francoforte, dunque, la ripresa si va consolidando.
«Un adeguamento della nostra posizione di politica monetaria era opportuna - ha spiegato il presidente della banca centrale - e ciò contribuirà a tenere le aspettative sull’inflazione fermamente ancorate ai livelli in linea con la stabilità dei prezzi». Questo è il compito della Bce, ha ricordato Trichet, e «311 milioni di persone ci chiedono di non venir meno al nostro mandato». Ragioni sufficienti a Trichet per rivendicare l’autonomia e l’indipendenza dell’istituto e rispedire al mittente ogni critica. «Non ci lasciamo influenzare a priori da consigli e raccomandazioni», ha aggiunto l’ex governatore della Banque de France. Che lunedì prossimo, in occasione della riunione che precede l’Ecofin, avrà subito modo di misurare l’indice di gradimento nei confronti della Bce da parte dei ministri delle Finanze di Eurolandia.