La Bce taglia i tassi e ammette: "Siamo in piena recessione"

Il costo del denato scende al 2,50%. La sforbiciata dello 0,75% giustificata da "circostanze eccezionali", dice Trichet. Che non si pronuncia su ulteriori mosse in gennaio. Nel 2009 il Pil scenderà dello 0,5%

Milano - «Circostanze eccezionali» giustificano «una cosa mai fatta», ovvero «il più grande taglio dei tassi di sempre». Quella che il solitamente prudentissimo presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha anche definito ieri come una mossa «audace», si traduce in una sforbiciata dello 0,75% al costo del denaro, ora ridotto al 2,50%. È questo il modo in cui la banca centrale, dopo i vari sostegni offerti dai singoli Stati nazionali, intende offrire la propria stampella alla sempre più claudicante Eurolandia. Che, in ogni caso, non eviterà la recessione nel 2009. È lo stesso istituto di Francoforte a metterla in conto, annunciando una contrazione media del Pil dello 0,5% (con punte a -1%), dopo la crescita prevista per quest’anno tra 0,8 e 1,2%.

Con lo svaporare dell’inflazione, dall’Eurotower si sono dileguati i falchi: taglio dunque deciso «all’unanimità», senza alcuna voce fuori dal coro, l’ultimo di quest’anno turbolento. Il prossimo sarà anche peggio (e nel 2010 si vedrà una ripresina tra lo 0,5 e l’1,5%), ma Trichet nel corso della conferenza stampa che ha seguito il direttivo dell’istituto nella «trasferta» di Bruxelles, non ha voluto commentare l’ipotesi di un ulteriore allentamento monetario in gennaio. «Non dico niente al proposito. Il taglio di oggi (ieri, ndr) - ha aggiunto - è esattamente ciò che un calo dell’inflazione e un aumento delle incertezze richiedevano». La Bce è comunque convinta di aver prodotto il massimo sforzo possibile, nonostante la Banca d’Inghilterra abbia sempre ieri adottato una strategia ancora più radicale, abbattendo il costo del denaro di un punto secco, mentre Svezia e Danimarca hanno imitato l’Eurotower. Trichet ha ricordato come in meno di due mesi i tassi abbiano subìto un calo dell’1,75, «cosa mai fatta dalla Seconda guerra mondiale da una banca centrale».

Vero, anche se è forse proprio il timing adottato dall’istituto a lasciare perplessi. Per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i tassi «cominciano ora a essere ragionevoli». E i mercati europei, già metabolizzata da tempo la correzione della politica monetaria, non hanno troppo gradito il riferimento alla recessione chiudendo in ribasso (-0,80% Milano). Per la verità, il leader della Bce non ha speso molte parole per analizzare l’ormai conclamato stato recessivo della euro zona. «Sulla base delle nostre analisi e valutazioni correnti - ha spiegato - prevediamo un indebolimento globale dell’economia e una persistente domanda molto stagnante nei prossimi trimestri». In questa fase di crisi, però, «esistono dei margini di manovra sulle politiche di bilancio», dunque uno sforamento del rapporto deficit-Pil del 3% sarebbe tollerato.

A patto che i comportamenti poco virtuosi siano temporanei: «È essenziale mantenere la disciplina (di bilancio) e una prospettiva di medio termine». Trichet ha invitato inoltre i governi a mettere subito in atto i provvedimenti anti-crisi in modo da «rafforzare la capacità di resistenza e la flessibilità dell’economia della zona euro» e ha sottolineato la necessità di attuare rapidamente le misure di ricapitalizzazione del sistema bancario. L’eventuale acquisto di asset bancari da parte della Bce, è solo «una possibilità» e «bisognerà pensarci». Problemi di credit crunch? «Per l’euro zona nel suo insieme non ci sono segni significativi di rarefazione della disponibilità di prestiti». Un corposo capitolo della conferenza stampa è stato naturalmente riservato all’inflazione. Le ultime stime della Bce indicano un 1,4% nel 2009 (1,1-1,7% in precedenza), 1,8% nel 2010 (1,5-2,1%), ma Trichet non abbassa la guardia: «L’inflazione può aumentare nella seconda parte del 2009, cosicché ogni forte caduta della crescita dei prezzi potrebbe essere di breve durata e non essere rilevante dal punto di vista della politica monetaria».

Eurolandia non rischia tuttavia la deflazione, da non confondere con disinflazione: «Deflazione - ha spiegato - significa che non si è in presenza soltanto di un’inflazione che scende, fino a diventare negativa, ma significa anche che le stesse aspettative di inflazione sono eccezionalmente basse o perfino negative».