La Bce teme la frenata. Ma non si muove

da Milano

La Bce ha aperto anche il secondo occhio. Se quello ciclopico rimane vigile - come sempre - contro le insidie dell’inflazione, l’altro si è accorto che il motore di Eurolandia batte in testa. L’isola felix, capace di correre quando tutti frenano, non c’è. «I rischi per la crescita sono inusualmente alti», ha ammesso Jean-Claude Trichet. E ancora: «La crescita è vicina al potenziale, ma forse è più bassa». Di più: «Il rallentamento di alcune economie partner commerciali di Eurolandia avrà probabilmente un impatto sul Pil 2008». Insomma, accenti insoliti quelli usati ieri dal presidente dell’Eurotower qualche ora dopo la decisione, ampiamente attesa, di lasciare invariati i tassi al 4%.
Eppure, anche nell’immobilismo che ormai dal giugno 2007 connota gli orientamenti strategici di Francoforte, si può ravvisare una novità: tutto il board dell’istituto ha votato compatto a favore del mantenimento dello status quo, senza discutere (come invece era avvenuto lo scorso 10 gennaio) l’eventuale opzione di un irrigidimento del costo del denaro.
È un segnale non trascurabile, da porre proprio in stretta correlazione con l’ammissione di un indebolimento del ciclo superiore alle aspettative. Gli ultimi dati indicano, ha spiegato Trichet, un tasso di sviluppo «più moderato» dello 0,8% realizzato tra luglio e settembre 2007, aggiungendo che «non vanno sottoscritte» le ultime stime di crescita internazionale intorno all’1,8% annuo. A tale proposito, la Bce si pronuncerà il mese prossimo, quando saranno rese note le nuove stime trimestrali, ma la riunione di ieri potrebbe aver già rappresentato una sorta di spartiacque rispetto all’orientamento espresso per mesi da una Banca centrale protesa unicamente a contrastare il surriscaldamento dei prezzi.
Anche se l’euro è scivolato ieri brevemente sotto la soglia di 1,45 dollari, ipotizzare a breve un taglio dei tassi è tuttavia prematuro (alcuni analisti lo collocano tra giugno e la fine dell’anno). Non ci credono, per prime, le Borse europee che ieri hanno bruciato altri 145 miliardi in seguito a ribassi perfino superiori al 2,5% (Milano ha perso l’1,86%). Il focus della Bce resta infatti saldo sui prezzi, destinati a non scendere nei prossimi mesi sotto il target del 2%. Trichet ha richiamato ancora una volta l’esigenza di evitare i cosiddetti effetti di secondo livello indotti da richieste salariali inappropriate, senza però aggiungere di volere intervenire preventivamente per contrastare l’aumento dei prezzi. «Le pressioni inflazionistiche a breve - ha precisato - non devono trasformarsi in pressioni a medio termine». Ben più di una semplice sfumatura dialettica, pur non sottintendendo un cambio di orientamento, in senso espansivo, della politica monetaria.
Trichet appare, del resto, intenzionato a rispettare il mandato della Bce, senza lasciarsi condizionare né dalle pressioni politiche provenienti dall’Eurozona, né dalla strategia di pronto intervento adottata dalla Federal Reserve. «Non ho mai sottoscritto la teoria del decoupling (il disaccoppiamento, ndr) rispetto agli Stati Uniti», ha affermato. Quanto alle polemiche che accompagnano spesso le decisioni delle Banche centrali, per Trichet si tratta di un fenomeno quasi ciclico. «Di quando in quando i toni si riaccendono e i decibel aumentano. Ma devo dire che ultimamente, per noi della Bce, ci sono stati un po’ meno decibel che per la Fed». Per avere mantenuto invariati i tassi, la Bce ha infatti colto ieri il plauso del Fmi, che però ha invitato l’Eurotower a rispondere «in modo flessibile a un cambio di scenario».