Un Beach Boys scopre il Gershwin inedito

Gli eredi del compositore hanno consegnato al geniale Brian Wilson un
centinaio di registrazioni mai ascoltate prima Il pronipote Adam: «È la
prima volta che facciamo così con le canzoni di mio nonno». Il cd uscirà
tra due settimane

Piano piano ce l’ha fatta. Ha impiegato più di sessant’anni ma che importa: era il suo sogno. L’anno scorso Brian Wilson, uno dei più grandi e sicuramente uno dei più sottovalutati compositori di musica leggera del Novecento, fondatore dei Beach Boys e frenetico distruttore di se stesso, si è ritrovato in mano un centinaio di registrazioni inedite del più grande di tutti, George Gershwin, quello indispensabile ogni volta che si pensa al pop e al suo favoloso dizionario poliglotta. «È il lavoro più spirituale della mia vita» ha detto Wilson poco dopo aver ricevuto dalla Gershwin Estate, la fondazione che cura l’eredità di George e suo fratello Ira, il permesso di ascoltarle, rielaborarle, farle finalmente sue in Brian Wilson reimagines Gershwin perché «ho ascoltato Rhapsody in blue per la prima volta quando avevo quattro o cinque anni: non credevo potessero esistere suoni così belli». Il pronipote Adam, uno che manda avanti l’impero costruito su quello che il Guardian ha definito il più ricco compositore di tutti i tempi, ha confermato che «è la prima volta che concediamo l’utilizzo in questo modo della musica di mio nonno: il suo stile, d’altronde si adatta a tante visioni musicali diverse. E Brian Wilson è perfetto per questo». E allora quello che per tanti è ancora il signor Beach Boys ha realizzato due canzoni, The like in I love you (che si ascolta già sul web) e Nothing but love (si ascolterà nel cd in uscita tra due settimane), ascoltando e rielaborando ore e ore di demo tape, di nastri conservati sottovuoto per decenni senza che nessuno o quasi li potesse ascoltare. Note imprigionate nei fruscii di una registrazione primitiva. Canzoni abbozzate al pianoforte, semplici accordi, divagazioni. Gershwin, che è morto con il nome di Fred Astaire sulle labbra giusto 73 anni fa, quando aveva 38 anni, consumato anzi bruciato da un tumore al cervello, è diventato il simbolo dell’universalità della musica mescolando Debussy e Ravel con il jazz e il ragtime, e diluendo l’austerità di Stravinskij e Schoenberg nel gusto smaccatamente popular di canzoni che da allora iniziarono a diventare leggere. Lui, che iniziò a lavorare a quindici anni e finì per ispirare tutti quelli che sono venuti dopo, da Cole Porter a Irving Berlin fino all’ultimo dei cantantucoli di oggi, aveva il gusto proibito della contaminazione stilistica, e va bene. Ma anche quello della provocazione sottotraccia, coraggiosa e assai anzitempo, come quando riuscì a disegnare la più grande opera musicale americana del Novecento, il musical Porgy & Bess, infilando nel copione quasi tutti protagonisti neri. Contiene, si sa, il capolavoro Summertime e debuttò nella conservatrice Boston nel 1935 quando la gente del Ku Klux Klan sfilava ancora tranquillamente per le strade e per tanti americani essere «wasp», white anglo saxon protestant, ossia bianchi, anglosassoni e protestanti, valeva più di una laurea.
Nel suo (molto più) piccolo, anche Brian Wilson ha conservato fino a oggi, quasi cinquant’anni dopo la nascita dei Beach Boys, la voglia ansiosa di andare oltre, di mescolare, di rendere facile il difficile ma non viceversa. Chiunque lo conosce perché ci sono brani come California girls o Good vibrations che rientrano nella colonna sonora di un intero secolo, utilizzati, sfibrati, dilaniati da milioni di ascolti, di spot, di citazioni. E a metà anni Sessanta Brian Wilson era senza dubbio una delle popstar più famose del globo, roba al livello di Elvis e di pochi altri. Però la sua frenesia creativa, l’uso maledetto di Lsd e poi di psicofarmaci, il perfezionismo vorace lo portarono per mano verso l’autodistruzione e ci sono centinaia di aneddoti veri o verosimili che sono lì pronti a testimoniare la sua follia. Quando decise di iniziare le registrazioni del disco Smile nel 1966, macerato - diciamolo - anche dall’invidia per i Beatles, lo definì «una sinfonia adolescenziale diretta a Dio». Impiegò quasi quarant’anni a completarla, perdendo per strada i Beach Boys e la lucidità e una moglie, ricamando uno dei dischi più complicati della storia. Uscì nel 2004, vinse un Grammy Award e lo riappacificò con la vita. Ecco, questo era ciò che voleva. Poi c’era Gershwin. E la trattativa con gli eredi non deve essere stata facile: tanto attenti loro, quanto poco affidabile lui. Però oggi, a 68 anni, ce l’ha fatta e in effetti questo Brian Wilson reimagines Gershwin ha una scaletta che guai a chi la contesta perché da I loves you Porgy a They can’t take that away from me, c’è la dichiarazione d’amore più sincera che c’è, quella che dura tutta la vita ma arriva soltanto solo alla fine.