Bear Stearns, si fanno avanti gli scozzesi

Il numero uno dell’istituto, Jimmy Caine, come gli orchestrali del Titanic: giocava a bridge mentre i titoli affondavano

da Milano

A.A.A. compratore cercasi. Disperatamente. E in fretta. Tempus fugit: le lancette dell’orologio marciano inesorabili, e ricordano alla disastrata Bear Stearns che l’ossigeno finanziario garantito venerdì scorso dalla Fed verrà meno tra un mese. Senza una via d’uscita dalla crisi, il passo verso la liquidazione sarà obbligato.
Le probabilità di un rapido assorbimento della drammatica carenza di liquidità da parte della ultra-ottantenne banca Usa, sono infatti ridotte a zero. Soprattutto dopo la batosta subita l’altroieri a Wall Street dal titolo, la cui capitalizzazione è stata quasi dimezzata dal fuggi-fuggi generale degli investitori. La delicatezza della situazione ha indotto il presidente Usa, George W. Bush, a convocare per la prossima settimana una riunione d’emergenza che metterà attorno al tavolo il numero uno della Fed, Bernanke, e i responsabili della Sec (la Consob americana).
Di sicuro, Bear Stearns dovrà perdere l’indipendenza se vuole salvarsi. Trovando un acquirente disposto a scommettere sul rilancio di una banca che ha cavalcato con troppa disinvoltura l’onda della finanza condita con le spezie velenose dei subprime e dei derivati. La soluzione potrebbe anche arrivare da oltre oceano: secondo il New York Times, Royal Bank of Scotland avrebbe manifestato l’intenzione di rilevare una quota.
In attesa che l’opzione scozzese si concretizzi, l’ad dell’istituto Usa Alan Schwartz, coadiuvato da Lazard, è al lavoro per rintracciare un potenziale investitore tra i fondi sovrani o tra le banche rivali di Bear. I fondi sovrani sono il braccio finanziario utilizzato dai ricchi Paesi arabi, da Cina, Singapore e dalla Russia per gestire l’enorme surplus di cui dispongono. Negli ultimi mesi sono più volte scesi in campo per soccorrere gli istituti Usa in difficoltà, come Citigroup, Merrill Lynch e Morgan Stanley, ma anche banche europee quali Ubs, Hsbc, Deutsche Bank e Barclays. Per ora, nessun fondo si è fatto avanti. Uno, anzi, sembra tirarsi indietro: China Citic Securities ha fatto sapere ieri di non voler più garantire il completamento dell’accordo di scambio azionario, stipulato lo scorso ottobre, che prevedeva un esborso di un miliardo di dollari da parte di entrambi i soggetti.
Tra i broker di Wall Street, non manca chi è convinto che l’annuncio di un’offerta potrebbe arrivare già nel week-end. Tre fonti citate da Bloomberg convergono sull’opzione JP Morgan, la banca che ha fatto da tramite per l’intervento di emergenza da parte della Fed. Le ipotesi attorno alla quale la banca guidata da Jamie Dimon starebbe lavorando riguardano l’acquisizione completa di Bear Stearns, oppure soltanto della sua unità di brokeraggio. Fuorigioco appaiono, invece, Citigroup, alle prese con svalutazioni miliardarie, e Bank of America, che di recente si è impegnata nel salvataggio di Countrywide Financial.
La ricerca di un compratore non toglierà comunque il sonno al presidente di Bear, Jimmy Caine. Venerdì scorso, nel pieno della tempesta perfetta, era impegnato a inseguire sogni di Grande Slam a un tavolo da bridge. Gli orchestrali del Titanic non avrebbero saputo far di meglio.