Beatrice, l’ angelo che avete adottato

(...) Forse erano dettate direttamente dal cielo. Da Beatrice, da Dio. Il suo racconto dell’amore che Bea provava per Roma, pur non essendoci stata. E le emozioni che gli erano rimaste attaccate addosso, come una seconda pelle. La gentilezza dei romani, il racconto di una città che adotta una bimba malata pur non sapendo che è malata e che sta vivendo il suo ultimo sogno. «Un ricordo felice in più al quale appoggiarsi nei momenti tristi», per usare le parole dai colori pastello del cuore usate da Ivano.
Quella lettera, scritta con il cuore, ha aperto il cuore di tanti. A Genova, dove voi ci avete tempestato di telefonate in cui ci raccontavate il miracolo di quelle parole di Ivano. Grazie al suo racconto, una parte di Bea vive in tutti noi. E a Roma, da dove sono partite decine di lettere, cartoline, bigliettini d’auguri, alcuni addirittura con la suoneria, in cui tanti sconosciuti si stringono attorno ad Ivano. C’è chi ha scritto le sue preghiere; chi ha mandato le immagini di Trinità dei Monti, del Colosseo, di San Pietro, della Fontana di Trevi, di piazza Navona, che tanto sarebbero piaciute a Bea; chi ha raccontato le sue lacrime; chi ha dedicato a Bea e alla sua mamma e al suo papà i tramonti o le stelle di Roma, «una città che non è nostra, ma di chi sa amarla»; chi ha spedito le parole di Totti a Viva Radiodue e chi ha confezionato una «pasquinata» in versetti romaneschi appositamente per Bea. Ci sono tantissimi inviti a pranzo, offerte di ospitalità; c’è la voglia di avere la famiglia di Bea a casa propria per tutto il tempo che vuole. Da un lato, la partecipazione al dolore terribile di Ivano e di sua moglie; dall’altro, l’orgoglio perchè persone speciali come Bea e la sua famiglia amavano così tanto Roma. Prima e dopo esserci stati.
Addirittura ci sono due signori di Rignano Flaminio e di Aprilia che, in qualche modo, si giustificano per non abitare più a Roma. Ma precisano: «Solo per motivi di salute, siamo e restiamo romanissimi». Addirittura ci sono un padre e una figlia che hanno scritto entrambi al signor Ivano dopo aver letto la sua lettera. Tutti e due confusi e felici, commossi e orgogliosi delle parole per la loro città. Soprattutto, senza che uno sapesse della lettera dell’altro.
Anche voi, dicevo, avete adottato Bea. Così come l’ha adottata la sua scuola, la Ambrogio Spinola di Oregina che - grazie anche alla sensibilità delle sue maestre e del dirigente scolastico - le ha dedicato l’aula di informatica. Perchè chi legge questo Giornale ha un cuore speciale e perchè è impossibile non volerle bene sentendo i racconti di papà Ivano. Anche senza averla conosciuta.
Ecco, ora c’è un modo in più di volerle bene. Fabio Mori e Marco Beni, i genitori dei bambini che più giocavano con Bea, insieme a Ivano, hanno fatto partire il «progetto Beatrice». Qualcosa che non ha ancora i contorni ben definiti, se non la volontà di aiutare altri bambini, a partire da quelli del San Gerardo di Monza, uno degli ospedali del pellegrinaggio della speranza di Bea. Qualsiasi aiuto, anche un solo euro o un solo minuto del proprio tempo, è il benvenuto. Qualche particolare si trova sul sito www.nuovaoregina.net. Gli altri li troverete, man mano che ci saranno iniziative, sulle nostre pagine.
Quando qualcuno ti entra nel cuore, cammina sempre con te. Bea c’è.