Beatrice sfila ad Alassio a caccia di pubblicità

Dalla passerella alla cella. La miss clandestina, tradita dalla soffiata del suo ex, ha trascorso quattro giorni in galera. Oggi dovrebbe tornare in Senegal

Beatrice non si è fatta mancare proprio niente. Un paio di titoli di miss, sfilate in passerella nell’Italia del nord, minigonne da apnea, per chi osserva, maglietta body da vedotutto, tacchi da quattordici centimetri, colore della pelle nero doc, senza necessità di crema protettiva 50, origine africana, paese Senegal. Un paio di ordinanze di espulsione, un foglio di via, una carta di identità falsificata, qualche violazione alla legge Bossi-Fini, generalità fasulle, un fidanzato che più bastardo dentro non si può. Beatrice, al secolo Mame Diarra Bouss Ramatu Ndiaye ha vent’anni, forse, chissà, domani prenderà l’aereo per tornare a casa vera, Senegal come sopra, ma ha voluto concedersi l’ultimo colpo di vita. Uscita dalla prigione di Torino, dove era stata rinchiusa, con manette dopo l’arresto clamoroso al Sestriere, patteggiati mesi dieci di reclusione, riconosciuto, ammesso, confessato il proprio «delitto», Beatrice e tutta quell’anagrafe che si porta appresso, ha fatto un salto ad Alassio, laddove avrebbe dovuto sfilare per la finale di miss Muretto. L’aspettavano le sue colleghe, tutte in regola con le misure, quelle di seno, vita, fianchi e quelle di legge. Sorrisi, abbracci, fotografia ricordo non più segnaletica, già negli archivi delle caserme dei carabinieri e nei commissariati di polizia. Nessuna lacrima, nessuna protesta, perché miss Beatrice ha capito, e il suo avvocato l’ha aiutata a capire, di avere commesso una sciocchezza, seria, grave, inopportuna. Ma non certo un delitto, un atto criminale. Clandestina sì, a tutti gli effetti, con casa a Pordenone ma con annesso primo documento di espulsione del giugno scorso, partorito nove mesi dopo il suo arrivo in Italia. Clandestina dunque ma non criminale, a differenza di altri in possesso degli stessi requisiti, dediti tuttavia alla violenza, al furto, alla rapina, allo stupro, all’ubriachezza, allo spaccio di sostanze stupefacenti, alla guida senza patente con pluriomicidio e scarcerazione incorporata. La vera sfortuna di Beatrice è quella di non giocare a football. Qualcuno ha dimenticato in fretta, per interesse di bottega, che illustri clandestini hanno circolato nel nostro Paese sotto false generalità, con documenti falsificati, percependo milioni, miliardi, protetti da club famosi, da dirigenti conniventi. Tutti salvi, tutti osannati, nessuno ammanettato davanti al pubblico (come è accaduto alla Beatrice concorrente al Sestriere), anzi compresi, giustificati, tutelati, immediatamente «riconosciuti» grazie a un autografo, a un paio di biglietti omaggio per la partita del cuore, magari anche a una maglietta con cognome e numero, non di matricola cosa che invece accompagnerà la Beatrice a Fiumicino. Sia chiaro: la senegalese è in fallo, è in torto, è finita anche in galera, ci è rimasta non per mezzoretta, ha patteggiato e si è concessa, nei cinque giorni di permesso finale del foglio di via, l’ultima gita, consapevole che questa è la terra del libera tutti, questo è il Paese che spedisce avvisi di garanzia a prescindere anche se poi ne azzecca la metà, questo, dunque, è il sito ideale per fregarsene di diffide, condanne, espulsioni, perché la frontiera è una porta girevole del grand hotel. Beatrice ha approfittato del sistema dopo che avevano approfittato di lei concorsi, sponsor, giurie, mi auguro non giurati, per poi gettarla a mare, carta straccia, persona non grata. L’ultima passerella di Alassio ne è stata la conferma, accolta ma sulle fasce, attorniata per compassione, non per piacere, tanto sparisce di torno. E Beatrice non ha urlato al governo razzista, non se l’è presa né con Bossi né con Fini, da modella ha sfilato prima di defilarsi, ultimo marameo all’Italia vacanziera. Tra le righe non si hanno ancora notizie, in video e in voce, del suo ex moroso, una personcina leale perché secondo Beatrice sarebbe stato costui a scrivere e spedire la lettera anonima alla questura di Udine, per smascherare la pupa che lo aveva mollato, dopo un paio di tradimenti. Dunque andava punita, dunque andava mandata a quel Paese, il suo addirittura. Ora il fidanzatino sarà contento, sempre che sia stato lui lo scrivente, è riuscito a farla riconoscere senza farsi riconoscere. Una letterina anonima, soltanto così il clandestino ha le ore contate da noi, in altro caso l’omertà regna sovrana a meno che non si tratti di storie di corna.
Penso ora alla fatica dei militi nella compilazione dei documenti di espulsione. Già in difficoltà con l’onomastica nazionale, con i Rossi e i Bianchi nostrani, immagino il sudore per digitare a macchina o su computer... la signorina Mame Diarra Bousso Ramatu Ndyae..., tenendo la testa bassa, per concentrarsi e sfuggire alla microgonna, al body e al tacco da quattordici. Viva l’Italia.