Beatrice Trussardi, la nuova vita del Levriero

Tra le decisioni più difficili la chiusura della storica fabbrica in provincia di Bergamo. Le «griffe» ora sono tre, distribuite tra l’altro in 120 negozi monomarca

Il Levriero ritorna a correre. A dire il vero non ha mai smesso, anche se per un certo periodo la falcata non era più quella di una volta. Ma ha ripreso a correre come un tempo in quanto è ora definitivamente completata la razionalizzazione della struttura di governance e di controllo del gruppo Trussardi avviata cinque-sei anni fa. In testa a tutto c’è la Finos, la holding di famiglia che controlla il cento per cento della Trussardi, la società che gestisce la griffe e le attività inerenti. E a sua volta la Trussardi ha il controllo della Trs Evolution, nata nel 2002 dalla fusione tra Sosir e Rotondi: di fatto è la licenziataria della Trussardi e si occupa della produzione e distribuzione di borse, valigie, accessori, abbigliamento maschile e femminile, jeans, scarpe, lenzuola. Insomma, di tutto quello che gravita nell’orbita del Levriero. E si tratta, spiega Beatrice Trussardi, «di una semplificazione societaria proprio per valorizzare al massimo i nostri marchi».
La svolta. Occhi azzurri che ricordano quelli del padre Nicola, fossette sulle guance, capelli lunghi sulle spalle, curve al posto giusto lungo un’altezza di poco inferiore al metro e settanta, Beatrice Trussardi viene dipinta come «viso d’angelo e pugno di ferro plurichiodato» da quando nel 2002 è nominata presidente e amministratore delegato del gruppo di famiglia dopo la scomparsa del padre avvenuta in un incidente d'auto. Era una notte d’aprile del 1999 e lei si trovava a New York. Viso d’angelo lo è per nascita, pugno di ferro plurichiodato può esserlo diventato: nel gennaio 2003 anche il fratello Francesco perde la vita a soli 29 anni in un altro incidente d’auto come il padre. E Beatrice, che è la prima di quattro fratelli e solamente a novembre 2007 compirà 36 anni, si trova di fatto da sola alla testa di un gruppo su cui incombevano all’epoca gli uccelli predatori. Non proprio sola, in realtà. Ha la fiducia della famiglia e quindi della madre, Marialuisa Gavazzeni, donna di carattere che ha sempre affiancato il marito occupandosi già negli anni Ottanta delle prime collezioni femminili, nominata cavaliere del lavoro nel 2004, attuale presidente della Finos, la holding. E ha al suo fianco il management. Quello almeno che di fatto ha lottato con lei per sfatare le voci catastrofiche che per mesi hanno circondato l’azienda. In particolare Luigi Orsenigo, responsabile della finanza, e Roberta Carubbi, nominata in questi giorni amministratore delegato della Trs Evolution.
Passione per l’arte. Bergamasca trapiantata a Milano, una certa timidezza di fondo anche se cerca di mascherarla, qualche regata a vela, laurea in storia dell’arte moderna e contemporanea e master in art business & administration alla New York University, soprattutto un nome conosciuto in tutto il mondo e capace di aprire ogni porta, Beatrice Trussardi vive nella Grande Mela per più di quattro anni dedicandosi a quella che è la sua grande passione: l’arte contemporanea. Lavora anche al Guggenheim, al Metropolitan e al Moma e allestisce mostre di diverso tipo, dalla moda alle motociclette. Così, quando è costretta a tornare in Italia e a occuparsi a 28 anni dell’azienda di famiglia, uno dei suoi primi impegni riguarda proprio la Fondazione voluta dal padre per curare le mostre all’interno del Marino alla Scala, l’ex albergo ristrutturato in uno show-room con caffetteria e negozio.
Grazie all’esperienza newyorkese, Beatrice decide di rivoluzionare il progetto che sta dietro alla Fondazione: non confinare le mostre all’interno di spazi precisi, ma portarle all’esterno in modo, dice, «da realizzare importanti eventi d’arte in grado di coinvolgere la città di Milano». Mostre spettacolari da fare allestire due volte l’anno ad artisti quasi sconosciuti in Italia ma piuttosto noti nel mondo. E affida la cura del progetto a un giovane milanese, Massimiliano Gioni. Ecco così nel 2003 «Short cut» a opera di Michael Elmgreen e Ingar Dragset: un’auto bianca e la sua roulotte al centro della Galleria Vittorio Emanuele come se fossero usciti da un viaggio al centro della terra. E poi Darren Almond, quindi Maurizio Cattelan. E con Cattelan e i «bambini» appesi agli alberi delle strade esplode nel 2004 una bufera tra chi riconosce le potenzialità creative dell'artista e chi parla di cattivo gusto. La mostra, commenta Beatrice, «è durata solo 48 ore ma siamo finiti sull'Enciclopedia Britannica». E va avanti per questa strada che definisce «la mia sfida».
Il peso del comando. Poco mondana anche se in realtà è quasi sempre in mezzo ai Vip, ufficialmente single, collezionista di specchi convessi e di contenitori di vetro, all’apparenza molto posata anche se di tanto in tanto, confida, «esplodo anch’io», Beatrice ha ben altre sfide da affrontare. Che sono quelle aziendali. E non si tira indietro. Più volte ripete: «È toccato a me». Avvertendo il peso di quella responsabilità che le piove sulle spalle dopo la scomparsa del padre e del fratello. Del resto è così: è la principale esponente della quarta generazione dei Trussardi. Meglio, è l'unica che può farsi carico dei problemi nei momenti più difficili del gruppo: tra lei e la sorella Gaia ci sono infatti sette anni di differenza e addirittura undici con il fratello più giovane, Tomaso. Quindi stringe i denti prendendo a volte anche decisioni impopolari come quando viene chiusa la storica fabbrica in provincia di Bergamo. È significativa la motivazione del premio Bellisario per la moda che le viene assegnato nel 2003: «Avere saputo dimostrare, seppur giovanissima, una grande forza e determinazione alla guida di un marchio storico della moda italiana». È lei a trasformare un laboratorio di pelletteria in Toscana, a Rignano sull’Arno, vicino alla villa di Sting, in un centro di progettazione e prototipazione per gli accessori in pelle che affianca la produzione di abbigliamento situata nei dintorni di Modena e quella dei prodotti per la casa dislocata a Varese. È lei a suggerire a un’amica, Lavinia Borromeo, nota per essere anche la moglie di John Elkann, vicepresidente della Fiat, a disegnare una borsa in pelle con il marchio del Levriero e conosciuta come «La Vie». È lei a semplificare il numero dei marchi del gruppo, ridotti oggi a tre: Trussardi Levriero per l’abbigliamento e gli accessori in pelle; Tru Trussardi per il casual con l'idea di arrivare un giorno ad avere il solo Tru; Trussardi Home, la linea casa. È lei a focalizzare la presenza della griffe in Russia, Cina e ora anche in India creando partnership con società locali e portando a 120 il numero delle boutique monomarca e degli shopping center nei department store che distribuiscono i suoi prodotti in aggiunta a 400 corner sparsi dovunque. Ed è lei ad accogliere a braccia aperte un paio d’anni fa l’ingresso in azienda come responsabile dello stile della sorella Gaia, una laurea in antropologia a Londra, nozze da fiaba all’isola d’Elba con lo spagnolo Ricardo Rosen e mamma di un bimbo.
La forza dei numeri. Insomma, Beatrice Trussardi è riuscita in un compito su cui pochi avrebbero scommesso: far riprendere la corsa al levriero più o meno acciaccato. Il gruppo ha oggi 428 dipendenti diretti, un fatturato di 155 milioni di euro che dovrebbero toccare i 175 milioni a fine 2007, con l’export che incide per il 65%. E in panchina c’è Tomaso, il più giovane dei fratelli essendo del 1983, studente di economia a Bergamo. Ma, dice la sorella, «deciderà lui quando entrare».
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