Beckham, uomo spot del calcio

Stasera in Francia centesimo "cap" con la maglia inglese per lo Spice Boy, giocatore medio e mediatico diventato fuoriclasse per gli sponsor. Best diceva: "Non sa colpire di sinistro e testa, non contrasta, non fa molti gol. A parte ciò, è ok"

Questa mattina si è svegliato grazie al suo computer Rage. Fa 1 milione e mezzo di euro sul conto corrente, come sponsorizzazione. Poi ha risposto al telefono, Motorola, altro milione e mezzo. Il gestore è Vodafone, idem come sopra per la cifra di incasso. È passato in bagno. Barba con rasoio Gillette, 60, in lettere sessanta, milioni di euro. Lozione per i capelli, anche rasati, crema Brylcreem, soltanto un milione e mezzo. Un sorso di Pepsi per aggiungere 3 milioni di euro. Quindi ha calzato un paio di Adidas, sempre tre milioni belli tondi, ha indossato un capo di Armani, 5 milioni di euro per il contrattino, ha nascosto gli occhi fatali dietro un paio di Police, robetta da un milione e mezzo di euro, si è profumato con Coty, ancora 3 milioni di euro e ha guardato in faccia Fabio Capello.

Questa è la dura vita di David Robert Joseph Beckham, in arte calciatore. Oggi celebra le cento presenze con la maglia gloriosa della nazionale inglese. Il quinto nella storia, dopo i fab four Billy Wright (105), sir Bobby Charlton (106), Bobby Moore (108) e Peter Shilton (125). Onore al ragazzo di Leytonstone, quasi trentatreenne, cittadino di Los Angeles, dopo aver respirato l’aria dell’isola della regina, a Manchester, dopo aver frequentato la movida di Madrid, dopo aver vinto molto, titoli nazionali, coppe europee e trofei intercontinentali. Parigi val bene questa messa, l’amichevole contro la Francia permette a Fabio Capello, «the right man», di consegnare ai libri di calcio inglesi un buon capitolo di letteratura. Beckham è l’icona, il simbolo, la figurina di un qualunque tifoso di calcio che vive nel Regno Unito. Lo è nel bene e nel male, lo è perché l’Inghilterra è alla ricerca del tempo e degli uomini perduti, vive la nostalgia, come in altri settori della vita quotidiana, di un impero che non esiste più, di una docenza calcistica che si è fermata al titolo mondiale del Sessantasei. Ma l’Inghilterra è questo, tradizione, sogno, fascino, fumo di carbone, vapore di nebbia, polvere di pioggia, odore di erba tagliata, uno stadio, di football, di rugby, di cricket.

Quando David Beckham esordì in nazionale, era l’1 settembre del Novantasei, Tony Blair non era ancora primo ministro ma le Spice Girls già stavano in testa alla hit parade. Blair ha fatto, nel frattempo, quello che doveva, le Spice si sono divise, riunite, David ha preso in sposa la Victoria Adams e per questo lo chiamavano Spice Boy. Ora, quei maligni di americani, seguiti immediatamente da noi continentali, lo hanno ribattezzato Golden Balls. Tutto è nato da un cartellone pubblicitario nel quale Beckham indossa una mutanda di Armani; l’indumento aderisce al corpo che di più non si può, va da sé che il gonfiore ha provocato insinuazioni e battutacce scontate.

Poi ci sarebbero i tatuaggi, di ogni tipo, cinesi, gotici, assirobabilonesi, in ogni parte del corpo stesso, esclusa la zona slip. Poi ci sono i tre figli con nomi particolari, Romeo e Cruz gli ultimi due ma il primo Brooklyn, perché, dicono i genitori, concepito in una notte d’amore vicino al ponte newyorkese (per fortuna del pupo, David e Victoria non erano alla Ghisolfa di Milano). Poi ci sarebbe la scarpa tirata da sir (poco baronetto) Alex Ferguson sulla faccia di Beckham dopo una sconfitta con l’Arsenal, due punti di sutura al labbro al biondo che il sir suddetto chiamava «flash» («fighetta») per la voce e per i modi troppo gentili.

Poi ci sarebbe l’espulsione al mondiale francese del Novantotto contro l’Argentina per sceneggiata vigliacca di Simeone, poi ci sarebbe la vendetta, quattro anni dopo, al mondiale in oriente, con il rigore contro i sudamericani stessi. Poi ci sarebbero quelle perfide parole di George Best, stesso numero di maglia, il 7, al Manchester United, stessa immagine sacra per le donne di ogni dove: «Beckham? Non sa tirare di sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molti gol. A parte questo mi sembra ok».

«Nessuno sa crossare come lui», ripetono gli opinionisti sui giornali, alla radio e in televisione, come se un calciatore, capitano della nazionale, dico quella inglese addirittura, debba essere valutato per un solo colpo di repertorio. Questo passa oggi il convento del football, David Beckham a trentadue quasi trentatré, torna dove pensava di avere chiuso con il signor McClaren, quello che, sotto la pioggia londinese, aveva visto eliminata dai prossimi europei, la nazionale dei tre leoni svergognata dalla Croazia. Da Los Angeles a Parigi la vita continua. Beckham aggiungerà un cappellino alla sua collezione. Così la Football Association premia e ricorda le presenze in nazionale. In principio il «cap» era di seta bianca e portava una rosa rossa ricamata, poi la seta venne sostituita dal velluto, il bianco dal blu e furono aggiunte strisce d’argento, la rosa poi lasciò il posto ai tre leoni e, in tempi di austerity, il cappellino venne consegnato non più per ogni presenza ma per ogni torneo ufficiale e per ogni stagione di incontri amichevoli. Così, risparmiando, si fa la storia.

Così David Beckham si ripresenta ringraziando l’uomo con il quale ha vinto l’anno scorso un titolo a Madrid. Fu, quella spagnola, una fetta di vita bella, quattro stagioni indimenticabili, c’erano Zidane, Ronaldo, Figo, Roberto Carlos. Uno, l’amico di Materazzi, si è ritirato, l’altro, il Fenomeno, è zoppo, il portoghese fa la riserva all’Inter, il piccolo brasiliano se la spassa in Turchia. Stasera Golden Balls, sull’attenti, ascolterà l’inno patrio, Dio salvi la Regina. Chiedendo scusa a Elisabetta, se Nostro Signore ha novanta minuti di tempo pensi anche a David Beckham.

TV. Francia-Inghilterra, ore 21: diretta Sky 201.