BEECHER Il reverendo che incantò l’America

Uscita negli Usa una biografia del pastore che commemorò la fine della guerra di Secessione

Il Venerdì Santo del 1865 fu davvero un lungo giorno per la storia americana. Un giorno in cui quasi ciascuno dei cittadini del Paese riuscì a vedere almeno un grande inizio e almeno una grande fine.
Di mattina, sotto un sole splendente e un forte vento da nord est, l’equipaggio dell’Arago, il battello di lusso partito da New York e diretto nel South Carolina, giungeva a destinazione. A bordo, ottanta invitati d’onore alla cerimonia per celebrare la riconquista, da parte dell’esercito dell’Unione, di Fort Sumter, il luogo in cui era iniziata quattro anni prima la Guerra Civile.
Tra di essi - come narra la ricchissima biografia appena pubblicata negli Stati Uniti dalla docente di Yale Debby Applegate, The most famous man in America (Doubleday, pagg. 530, $27.95) - l’uomo più famoso d’America dopo il Presidente Lincoln: il reverendo Henry Ward Beecher, incaricato del discorso da tenere, di fronte alla bandiera, agli illustri ospiti e agli inviati della stampa da ogni angolo d’America. Lincoln in persona, che lo considerava «la mente più produttiva della storia», lo aveva scelto per Fort Sumter: «Inviare Beecher a commemorare questo alzabandiera è la cosa migliore da fare, perché se non ci fosse stato Beecher non ci sarebbe stata nessuna bandiera da alzare».
Nato nel 1813, a Litchfield, Connecticut, ottavo di dodici figli del predicatore evangelico Lyman Beecher, quel Venerdì Santo il cinquantunenne Henry aveva alle spalle migliaia di discorsi (e pensare che fino all’adolescenza fu affetto da un terribile e invalidante difetto nell’eloquio), tenuti per la maggior parte di fronte all’affezionato pubblico dei circa tremila tra fedeli e curiosi che, due volte ogni domenica e durante una serie di orazioni periodiche, affollavano la congregazione di Plymouth Church a Brooklyn, una delle più grandi della nazione.
Avvocato del suffragio femminile, della teoria evoluzionista, ma soprattutto abolizionista della prima ora, pronto ad usare ogni mezzo per far valere le proprie ragioni - compresi l’invio a proprie spese di fucili a chi si opponesse alla schiavitù in Kansas e Nebraska (fucili passati alla storia come «Beecher’s Bibles») e le aste pubbliche in cui «batteva» la liberazione degli schiavi per raccogliere il denaro necessario al loro affrancamento - il reverendo aveva un principale argomento oratorio, che mai si rivelò coperta troppo corta: l’amore. Per Beecher, il «Gospel dell’Amore» era la più attraente delle sirene: «È amore che il mondo vuole» tuonava dal pulpito negli anni 1850. «Più in alto della morale, più in alto della filantropia, più in alto del culto, sta l’amore di Dio. Ciò che vi è di più sommo».
Quel Venerdì Santo, tra le rovine di Fort Sumter, «the great expected» era il predicatore più pagato del paese: una media di cinquanta conferenze all’anno a 125 dollari l’una, con soggetti a scelta tra «Patriottismo» e «Il Bello nell’arte e nella natura»; per non dire di 24mila dollari, il cachet offerto se avesse firmato una «Vita di Cristo» o un romanzo. Libri che non scrisse mai poiché, come annota la Applegate, «il silenzio di uno studiolo da scrittore gli risultava terrificante se paragonato alla gloria di una standing ovation».
Quel Venerdì Santo, tra le rovine di Fort Sumter, «the great expected» era il predicatore più noto degli Stati Uniti. Il popolo coniava continui neologismi ispirati al suo nome: «Beecher Boats» i battelli che conducevano da Manhattan a Brooklyn, «Beecher’s Theater» la sua chiesa, «Beecherites» i suoi fedeli. Un amico di famiglia ebbe a dire «Questo paese è abitato da santi, da peccatori e dai Beechers». Che tra fratelli e sorelle in effetti si fecero più o meno conoscere tutti. Edward come studioso, Thomas innovatore nei servizi sociali, James missionario in Cina, Catharine pioniera dell’educazione femminile, Isabella attivista per i diritti femminili. E poi Harriet Beecher Stowe, a contendere al fratello Henry la palma della popolarità: l’autrice de La capanna dello zio Tom (1851) vendette tremila copie il primo giorno di uscita del romanzo in volume (era stato pubblicato in precedenza a puntate su The National Era, quotidiano antischiavista) e ben presto raggiunse il milione di copie in un paese che allora contava 24 milioni di abitanti. E che parve contagiato da una vera e propria «Tom Mania», producendo in breve migliaia di musiche, commedie, parodie, giocattoli e fazzoletti ispirati allo zio Tom.
Il reverendo, tuttavia, non era soltanto un fenomeno pop: era molto amato anche da scrittori e intellettuali. Tra gli astanti della Plymouth Church si annovera Samuel Clemens alias Mark Twain, che giunto a New York trentunenne non esitò a inserire tra le sue tappe di turista la chiesa di Beecher. Twain, Battista, si preparava ad attaccare Beecher, Congregazionalista, ma trovò pane per i suoi denti. Divennero amici. Tanto che Beecher fu in almeno un’occasione suo consigliere in affari editoriali e non mancarono di pranzare più volte insieme.
Tra i più ferventi ammiratori di Beecher vi furono anche Walt Whitman, che in più di uno scritto chiosò i sermoni del reverendo, ne ammirava l’ardore ma ne biasimava le intemperanze emotive, e Ralph Waldo Emerson. Al reverendo spetta un posto nella storia anche come personaggio letterario: L’uomo di fiducia (1857), ultimo romanzo «a chiave» pubblicato in vita da Herman Melville, vede protagonista, a bordo del battello a vapore Fidèle, Frank Goodman, ovvero «il geniale Cosmopolita dalla figura rosea e rotonda, lo stile fiammeggiante e sentimenti di fusione fraterna». La perfetta satira di Beecher, allora impegnato in un tour di conferenze fuori New York.
Quel Venerdì Santo, quel venerdì di trepidante attesa della consacrazione definitiva della sua popolarità, Beecher non poteva certo immaginare la slavina di gossip che lo avrebbe travolto cinque anni dopo. Nel 1870 la moglie del migliore amico di Beecher, Elizabeth Tilton, confessò al marito Theodore di aver avuto una relazione con il reverendo: lo scandalo passò alla storia con il nome di Beecher-Tilton Affair e tenne impegnate le cronache americane in resoconti pari per dettaglio e tensione soltanto a quelli del processo ad O.J. Simpson.
La reazione dell’opinione pubblica fu enorme: Beecher predicava l’amore, sì, ma questo non lo autorizzava a professarlo «liberamente» con altre donne che non fossero la moglie Eunice, da cui ebbe dieci figli ma che rimase sempre, a leggere i suoi stessi scritti, «unloved». Nel 1875, dopo infinite ritrattazioni e accuse, iniziò un processo che durò sei mesi e che si chiuse senza che i giurati, dopo sei giorni di ritiro, riuscissero ad emettere un verdetto. Quando alla fine si arrivò ad esonerare Beecher dalla celebrazione delle funzioni, il reverendo, prima esaltato dai riflettori della fama, ne veniva ora accecato per sempre.
Ma quel giorno a Fort Sumter il sole splendeva ancora e il vento soffiava birichino sugli appunti del discorso dell’uomo più famoso d’America. E se l’orazione risultò un po’ fiacca - l’oratore più famoso d’America era troppo impegnato nel suo bagno di gloria per prepararsi adeguatamente - tra i presenti se ne accorsero in pochi, poiché i loro cuori erano ancora impegnati ad esultare per la notizia urlata dai marinai poche ore prima a bordo della Arago: «Lee si è arreso!». Che Venerdì Santo per l’America: Robert E. Lee, comandante dei Confederati, si era arreso alle truppe del generale Ulysses S. Grant ad Appomattox, in Virginia, due giorni prima. In quel glorioso momento, «Ogni uomo è mio fratello e ogni donna mia sorella», ebbe modo di gioire Beecher.
La gioia di quel Venerdì Santo, accresciuta dal pensiero degli echi del suo discorso su tutti i giornali di New York, il reverendo Henry Ward Beecher avrebbe potuto goderla ancora soltanto per una notte. Tanto ci volle a quell’equipaggio per sapere ciò che a Washington aveva reso quel giorno, 14 aprile, memorabile per la Storia: John Wilkes Booth, attore e simpatizzante per i sudisti della Virginia, era salito dietro ad Abramo Lincoln nel suo palco al Ford’s Theatre e aveva sparato un colpo di pistola calibro 44 alla testa del Presidente.
Quel lungo giorno per la storia americana si era infine concluso, con un grande inizio e una grande fine. Soltanto «l’uomo più famoso d’America», il reverendo Henry Ward Beecher, non riuscì a comprendere, per molti anni ancora, se quel Venerdì Santo fosse stato per lui un’ennesima alba splendente o l’inizio di un lento tramonto.