Da Beethoven a Eminem, peggiora anche la tortura

Naturalmente c’è poco da scherzare: la tortura è una pratica indegna, che non andrebbe inflitta mai, neanche in nome delle più alte intenzioni. Ha dunque fatto bene Human Rights Watch a rivelare l’esistenza a Kabul, nel periodo 2002-2004, della «prigione delle tenebre», dove decine di quaidisti sarebbero stati rudemente interrogati da paramilitari della Cia. Colpisce però, nel mix di umiliazioni e maltrattamenti, il ricorso alla musica ad altissimo volume, roba squisitamente yankee: giacché i torturatori avrebbero usato, per ammorbidire i sospetti terroristi, The Slim Shady del pallido rapper Eminem. Come non pensare un po’ al mitico «il trattamento Lodovico» cui fu sottoposto il teppista Alex di Arancia meccanica per riconvertirne l’aggressività? Con la differenza che lì era una sinfonia di Beethoven a bombardare i timpani del poveraccio, qui un cd alla moda, martellante e un po’ stupidotto.
Cambiano i tempi. Non le abiezioni. Ma forse, sul filo del paradosso, si può riacciuffare il discorso sulla musica molesta che annichilisce le nostre giornate. «Questa musica è una tortura!»: quante volte l’abbiamo detto cenando al ristorante, entrando in un ascensore o in un negozio, sorseggiando un aperitivo al bar? Non basta il logorìo della vita moderna. Siamo oppressi da una costante, appunto molesta, colonna sonora che non abbiamo scelto. Non richiesti, ritmi pulsanti e adrenalinici scandiscono i nostri affari quotidiani; il silenzio sembra un lusso d’altri tempi, anzi una cosa da rincoglioniti. Eminem, inconsapevole carnefice, ha vinto.