Beffa le guardie e chiama la tv: «A Guantanamo mi torturano»

ET chiamava casa. Mohammad al Qurani, un 21enne ciadiano dimenticato da sette anni nel pianeta a sbarre di Guantanamo, chiama Al Jazeera. E in pochi minuti al telefono si fa beffe del Pentagono, dei sistemi di sicurezza studiati per garantire l’isolamento dei detenuti e di quel presidente Obama che 24 ore dopo il giuramento prometteva di voler cambiare tutto anche nella più famigerata galera del globo. A dar retta a Mohammad, invece, non solo non è cambiato nulla, ma chi sta dentro se la passa addirittura peggio. «Hanno incominciato a bastonarmi e a riempirmi di lacrimogeni 20 giorni prima del giuramento di Obama e da allora continuo a prenderle di santa ragione» - racconta Mohammad nella surreale telefonata diventata, grazie a una svista dei secondini, la prima intervista a un detenuto di quel campo di prigionia. Un’intervista risuonata nitida e distinta fin dall’altra parte del pianeta grazie alle linee super protette del carcere più sicuro della terra.
L’ET di Guantanamo, sbalzato nell’universo arancione a soli 14 anni dopo esser stato sorpreso al confine tra Afghanistan e Pakistan in compagnia dei fuggitivi di Tora Bora, ha ovviamente i suoi assi nella manica. Il primo è un numero di telefono. Gliel’ha lasciato Sami al Hajji, un cameraman sudanese sorpreso in quel fatidico 2001 a girare per l’Afghanistan con un accredito di Al Jazeera e sbattuto per sei anni nello stesso braccio del ciadiano. Quando, un anno fa, si ritrova assolto da tutte le accuse sussurra quel numero alle orecchie del compagno e gli raccomanda di usarlo in caso di bisogno.
A gennaio anche Mohammad viene assolto da ogni accusa e trasferito dal braccio di massima sicurezza al reparto riservato ai detenuti in attesa di rilascio. Lì ai prigionieri è garantita qualche mezz’ora d’aria in più e una telefonata alla settimana ai parenti, ma per chi sgarra la punizione resta inflessibile. Mohammad, che evidentemente non è proprio un modello di disciplina, continua ad assaggiare il manganello e a far indigestione di lacrimogeni ogni qualvolta si barrica in cella. Bastonate e lacrime ispirano la vendetta. L’occasione buona arriva nella sala telefoni dove attende il suo turno per la fatidica chiamata settimanale. «Stavolta non vorrei chiamare casa, preferirei sentire mio zio, sapete - spiega lui - ci volevamo così bene ed è tanto tempo che non ho sue notizie». Il secondino solerte messo lì a digitar cifre manco si scompone. E ancor meno il buon Sami Al Hajji, che in quel momento lavora negli studi di Al Jazeera dove è stato accolto e reintegrato con gli onori riservati a un eroe. Non appena sente la voce dell’amico raggiunge una tastiera, contatta i capi e diffonde sugli schermi di tutto il mondo il racconto dell’ET di Guantanamo. «Qui a badare ai detenuti c’è sempre la stessa gente, Obama non ha cambiato un bel niente - racconta Al Qurani - sono entrati in sei nella cella dopo averla riempita di lacrimogeni, avevano i bastoni di gomma e uno filmava tutto. Mi hanno sbattuto giù e hanno incominciato a picchiarmi la faccia sul pavimento, avevo un dente rotto il sangue che colava e pregavo il capo delle guardie di smetterla, ma lui rideva e ripeteva "facciamo solo il nostro sporco dovere"».