La beffa della tassa: Soru l’ha voluta ma non sa incassarla

Yacht in fuga, il danno è fatto. Ma la riscossione non funziona: impossibile controllare ogni barca

nostro inviato a Porto Cervo
La chiamano Tassa Soru, in omaggio al castigamatti che l’ha ideata. La chiamano Tassa sul Lusso, in omaggio all’obiettivo dorato che il governatore Robin Hood ha messo nel mirino. Ma a questo punto la definizione logica e doverosa è un’altra: chiamiamola Tassa Sarchiapone, e non se ne parli più.
Le generazioni mature ricordano di certo, le nuove possono farselo raccontare: Sarchiapone è un animale inesistente che Walter Chiari descrive affannosamente, in una memorabile gag, a una signora rompiscatole durante un viaggio in treno. Questa tassa ha le stesse sembianze fantastiche e mostruose: tutti ne parlano, qualcuno la difende, molti la detestano, ma nessuno sa effettivamente cosa sia. Con un effetto a dir poco desolante, almeno per chi l’ha ideata: alla fine, nessuno la paga. O quasi.
Persino Flavio Briatore, il primo dei nemici, durante il Gran Galà di protesta del Billionarie cade candido e solare: «Non l’ho pagata. Non so neppure come si fa, non ci sono i moduli...». Tra la bella gente che attornia l’ideologo della rivoluzione nottambula, uguale smarrimento. La situazione è questa: sulla Sardegna si è alzato un polverone pazzesco, tutto il mondo discute di questa Tassa Sarchiapone, ma al momento l’unico risultato certo è il terrore dei naviganti, che difatti virano brutalmente verso altre coste (attualmente, la Corsica è una sostenitrice euforica della tassa: mai visti tanti attracchi come in questo periodo).
Armandomi di molta diligenza, provo a ricostruire. Lungo le banchine di Porto Cervo, dove stazionano panfili grandi come case popolari, ci si fa una cultura. Il primo dettaglio chiaro a tutti è che la tassa non tocca chi ha un posto barca fisso. Riguarda soltanto chi attracca saltuariamente, a tempo determinato. Già da questo primo gradino è facile però immaginare quanto risulti difficile il controllo: perseguendo il mordi e fuggi, bisognerebbe avere finanzieri, vigili urbani, guardie costiere, poliziotti e carabinieri come casellanti autostradali, subito pronti alla riscossione non appena un navigante mette piede sull’isola. Il problema, inutile dirlo, è che tutte queste guarnigioni non esistono. Con decreto regionale, il controllo è affidato alle guardie forestali, che notoriamente nel periodo estivo hanno altre grane per la testa, prima fra tutte gli incendi.
Diciamolo: come sempre, non siamo in grado di applicare la legge e di perseguire chi non la rispetta. Con la Tassa Sarchiapone, men che meno. Ma proviamo pure a immaginare, per accademia, che un cocciuto possessore di barca (sopra i 14 metri, dice la legge) voglia a tutti i costi mettersi in regola. Che fa, come paga? Siamo al punto due del romanzo surreale. A giugno, quando nasce la Tassa Sarchiapone, Soru immagina che a incaricarsene sia l’Agenzia regionale delle entrate. Normale. Peccato che a quella data l’Agenzia non esista ancora. Ecco allora il rapido aggiustamento di rotta: la riscossione passa agli uffici postali. Ora: ogni italiano di sana costituzione sa bene che cosa significhi pagare in Posta. La Posta svolge ormai tali e tanti ruoli di gestione finanziaria, che ormai non ha più tempo e personale da dedicare alla gestione di una Posta normale. Così, le eterne code. Immaginiamolo, non è difficile: il signor Rossi, o il signor Muller, o il signor Armstrong, arriva in Sardegna con la sua barca (ma il discorso vale anche per gli aerei privati), e come prima cosa deve precipitarsi in Posta per pagare la Tassa Sarchiapone. Tutto questo sotto gli occhi attoniti dei nostri pensionati, lì stazionanti in attesa dell’obolo mensile. Via, non sta in piedi. Difatti, non sta in piedi. Fioccano le lamentele. Uffici regionali e giornali sardi ne sono il quotidiano terminale. Gli esempi. Un turista con raro senso del dovere racconta d’essersi recato nei giorni scorsi all’Ufficio postale di Olbia. Al momento di versare cinquemila euro con carta di credito, la solerte impiegata gli risponde che si paga solo in contanti. «E come no - reagisce lui - chi non va in giro con cinquemila euro nel portamonete, al giorno d’oggi». Più a Sud, Villasimius: appena sbarcato, un signore molto ligio si reca all’ufficio riscossioni del porto per versare tremila euro di Tassa Sarchiapone. «Deve andare in Posta», gli dicono. Dettaglio per niente secondario: è a un chilometro dal porto. Inevitabile il sarcasmo dello zelante contribuente: «Certo, ci vado subito in barca».
Persino a Renato Soru e al suo assessore Francesco Pigliaru, responsabile del Bilancio, è parso evidente che così non può funzionare. Difatti, non funziona. Solo pochi casi, pietosi e valorosi, quelli che effettivamente pagano. Allora, quand’è ormai Ferragosto, l’idea risolutiva: un portale dei pagamenti sul sito Internet della Regione. Per incassare online con carta di credito. Piccolo problema: deliberato d’urgenza l’altro giorno, richiede tempi biblici per entrare a regime. Bisogna prima rifare le convenzioni con le banche tesoriere, quindi allestire tecnicamente il portale, infine lanciare il decreto per rendere ufficiale la nuova forma di pagamento. Un mal di testa. E un’inevitabile sensazione: forse si riuscirà a pagare via Internet sotto Natale, quando notoriamente i naviganti sono tutti a Saint Moritz in settimana bianca.
Inutile rigirarci attorno: al momento, come risultato effettivamente acquisito, resta solo la feroce guerra d'agosto. In attesa di quantificare a fine stagione gli incassi reali, sui sette-otto milioni previsti, la Tassa Sarchiapone sta messa così: poco pagata, molto temuta, ha comunque diffuso la psicosi per terra e per mare. Come ricaduta economica, un fiasco. Come ricaduta pubblicitaria, un cataclisma. E Soru? Mentre si avvia a chiudere la lunga estate calda con la cassa magrissima, il governatore vede inesorabilmente profilarsi davanti una fatidica domanda, la stessa che bisognerebbe porsi sempre all’inizio: ma davvero ne vale la pena?