Behrami, kosovaro che vale oro

È passato dalle bombe ai silenzi della Svizzera. Zingaro in Italia, vale tanto ma alla Lazio guadagna 300mila euro. Ha dedicato il gol a Delio Rossi

Tony Damascelli

Una domenica con mamma Aline e amici, quelli di ieri. La Svizzera le ha suonate ai turchi grazie a un biondino venuto dal Kosovo. Valon Behrami ha vent’anni ma già una vita piena di cose. Gli frullano per la testa e per il corpo, l’infanzia in una terra piena di fumi e di fame, il viaggio da emigrante in Svizzera, la serie A in Italia, l’approdo a Roma capitale, il sogno mondiale, il primo gol con la maglietta rossocrociata. Ieri il suo telefono portatile era caldo come rosolato al sole di agosto: parenti, amici, affini, stampa, radio, tivvù, tutti pronti a sapere, capire, conoscere. Secondo usi e costumi moderni Behrami ha pure un sito personale, dico di internet, dove il profilo del Colosseo, sullo sfondo, dice dove il ragazzino vuole arrivare. Ho scritto apposta ragazzino perché se la vita ha già riempito molte caselle adesso è l’ora di saperle gestire, con l’intelligenza del professionista e non la superficialità del giovinotto già ricco di gloria e di boria. Dunque Behrami ha scelto il silenzio stampa, ha dedicato il suo giorno dopo alla mamma, dicono, e agli amici, giurano; verranno momenti diversi e giusti per dire e per fare, quando ne avrà bisogno, ne siamo tutti sicuri, busserà a qualche porta per avere ascolto e comprensione. Di certo la Svizzera ha trovato la sua pepita, quasi per caso. L’aveva tenuta in miniera ai tempi in cui la famiglia Behrami, Alina la mamma, Raggip il padre e un’altra figlia di nome Valentina, era venuta da quella città antichissima, Kosovoska Mitrovica, a nord del Kosovo, dove la guerriglia e le bombe facevano pulizia etnica.
Valon aveva tre anni e mezzo, la vita non era bella affatto, i parenti in Svizzera erano l’occasione buona, l’alibi logistico e logico, per chiudere valigia e casa e traslocare. A sei anni, dicono gli almanacchi, Valon ha già il pallone come giocattolo principale, Raggip, il padre, lo presenta alla scuola calcio di Stabio, poi un passo verso l’Italia, a Chiasso quando ha nove anni, eppoi al Lugano dove vive e gioca per anni sei, tra mille casini del club che sbanda, rischia, fallisce, risorge. È l’occasione per un nuovo viaggio, si va davvero in Italia, Verona, Genova e dunque Roma. Tutto questo nel giro feroce e precoce di cinque stagioni.
Eppure oggi Valon Behrami può già tirare due conti. È un capitale svizzero trasferito in Italia, caso paradossale e forse unico nella realtà finanziaria, diciamo quella calcistica ovviamente. È una realtà soda nel panorama sparagnino di Lotito che, tuttavia, dovrà decidere a giugno prossimo che fare di quel cinquanta per cento di Behrami, valutato due milioni e settecentomila euro (l’altra metà è nelle mani del Genoa di Preziosi (!) che, dopo averla riscattata dal Verona l’ha girata alla Lazio) anche se esiste un accordo scritto con cifre e postille chiarite, Behrami ha un salario di trecentomila euro ma c’è da giurare che il suo procuratore, Beltrami per nulla affine al Giancarlo ex interista, sparerà alla luna; qualche general manager nostrano si morderà le mani per non aver individuato prima (ma Valon ha soltanto venti anni) il patrimonio, magari facendolo italiano prima che prendesse nazionalità elvetica. Andiamo in sede gossip: pizza, Coca-Cola lo fanno felice, le Vibrazioni, nel senso di band musicale, accompagnano i suoi relax insieme con la play station. Fin qui nessuna novità, sono i segni particolari di un qualsiasi ragazzo, in verità il sito di origine dovrebbe far tornare in mente a Behrami altre immagini di repertorio e non certo il luna park attuale. Ma tant’è, dopo il gol ai turchi Valon ha trovato tempo e cuore per dedicare la sera di gloria a Delio Rossi, l’allenatore della Lazio colpito dalla perdita del padre. Un atto dovuto, si potrebbe dire, ma che spiazza le facili e semplicistiche considerazioni sul biondino già illustre che può diventare più importante della cioccolata e del dado da brodo. Si prevede battaglia per un kosovaro che vale oro.