Beirut accoglie Prodi: Hezbollah attaccherà Israele

Il consigliere di Nasrallah: «I caschi blu non disarmeranno la resistenza»

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Beirut

Lo stralcio della norma per il finanziamento automatico delle nostre missioni militari non è né costituirà un problema per il contingente appena insediato in Libano, anche se scompare dalla finanziaria «sarà risolto con una larga intesa»: parola del presidente del Consiglio in conferenza stampa congiunta, ieri mattina, col collega libanese. Felici e soddisfatti, Romano Prodi e Fouad Siniora, convinti che l’esperienza dell’Unifil in Libano sia esemplare per portare la pace in Medio Oriente: l’impegno italiano e quello «internazionale condiviso» qui è «la premessa per un impegno mondiale teso alla soluzione del conflitto più antico che ci sia in questo momento nel mondo», spiegava Prodi mentre l’altro annuiva, condividendo anche la speranza prodiana che nella missione libanese vengano coinvolti «Russia, Cina e i Paesi dell’Asia».
Che la missione Unifil veda allargati i suoi poteri, insomma fare qualcosa di concreto per disarmare gli hezbollah o controllare sul serio le frontiere con la Siria, però, non se ne parla nemmeno. «La missione Unifil per definizione ha un mandato stabilito dall’Onu con la risoluzione 1701, che ha regole e limiti ben definiti», ha risposto il nostro premier, mentre Siniora annuiva. E poco importa che il Partito di Dio - per voce autorevole di Ghaleb Abu Zeinab, consigliere di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah - dando il benvenuto a Prodi il giorno prima, poche ore prima che il premier sbarcasse, abbia ribadito che i caschi blu «dovranno limitarsi a svolgere attività di sorveglianza con le pattuglie dell’esercito nazionale palestinese», evitando ogni azione volta a disarmare la resistenza», cioè i propri miliziani. Però Prodi «è il benvenuto nel nostro Paese», assicurava Zeinab, «apprezziamo la sua decisione di venire in Libano e riconosciamo il ruolo positivo che l’Italia sta svolgendo».
Anche Siniora apprezza il ruolo del nostro Paese, pur se di potere reale non è che ne abbia poi molto. La riprova s’è avuta quando è stata posta una domanda sui due soldati israeliani prigionieri dei miliziani sciiti, il cui rapimento è alla base dell’offensiva israeliana in Libano. Prodi ha ammesso di aver sollevato il problema della loro liberazione nel colloquio con Siniora: «Ho sollevato il problema perché in tutti gli incontri con gli israeliani questo problema mi è stato posto con grande importanza ed emozione. La loro liberazione rappresenterebbe un aiuto alla soluzione dei problemi di sicurezza dell’area. Potrebbe giovare certamente alla stabilizzazione della pace. Qualcosa deve essere quindi fatto, ma più in là di questo non posso andare».
Dunque, lasciando il Gran Sérail, Prodi è andato a far visita al presidente del Parlamento libanese, lo sciita (non di Hezbollah, però) Nabih Berri, del quale il Guardian ha pubblicato un’intervista. Di quelle rivelatrici, come suol dirsi. Perché Berri assicura che Hezbollah «riprenderà la sua campagna militare» se Israele non si ritirerà dalla zona contestata delle fattorie di Shebaa e altre sacche di territorio occupate l’estate scorsa. E per non lasciar spazio a dubbi, seppur smorzando con una doccia gelata gli entusiasmi di Prodi, Berri spiega che «la presenza dell’Unifil non fermerà le operazioni di difesa di Hezbollah. La resistenza non ha bisogno di far sventolare le proprie bandiere per operare: è un movimento della guerriglia, opera tra la gente».
E non potendo andar più in là - sui quotidiani di Beirut di ieri, però, è uscito un lungo intervento del nostro premier che garantisce come «le imprese italiane dedicheranno i loro sforzi per ricostruire le strade e i ponti del Libano» - accompagnato da Arturo Parisi, Prodi è partito alla volta di Tibnin per fare visita ai mille del nostro contingente che sono già operativi nel sud del Libano. Il ministro della Difesa ha smentito quanto a Roma aveva dichiarato il senatore Luigi Ramponi, cioè che gli hezbollah stanno tornando a installarsi nelle loro basi: «Al comando Unifil non risulta». Con Prodi, si è messo in fila per il rancio.
Ai ragazzi dei battaglioni Serenissima e Lagunari, Prodi ha rivolto parole di elogio e incoraggiamento: «Siate orgogliosi per il compito delicato che state svolgendo. Il Paese è orgoglioso di voi», ripetendo anche a loro che «senza la nostra presenza questa missione non poteva esistere». Da Tibnin, in elicottero, i due son tornati a Beirut atterrando sul «Garibaldi» attraccato in porto. Ai marinai, il premier ha ripetuto il discorsetto fatto al contingente di terra, garantendo «l’affetto di tutto il popolo italiano», e che «il vostro impegno ha permesso al Libano di ricominciare a vivere».
Infine, prima di rientrare a Roma, è andato a inaugurare la nuova sede della nostra ambasciata a Beirut. E anche qui, immancabile, è giunta ancora la sua esaltazione del «ruolo di animatore dell’economia del Mediterraneo e di pacificatore dell’area», che l’Italia «deve continuare a svolgere».