«Da Beirut un atto di guerra» Gerusalemme ordina l’attacco

Il premier israeliano Olmert: «Il governo libanese responsabile dei rapimenti». Via libera ai raid

Gian Micalessin

La prima reazione di Ehud Olmert è raggelante. «È un atto di guerra da parte di uno Stato sovrano, non un semplice atto di terrorismo» dichiara il premier israeliano a metà mattina, subito dopo la notizia del rapimento dei due soldati. Una dichiarazione seguita in serata dalla riunione d’emergenza del gabinetto di sicurezza chiamato ad approvare le rappresaglie più efficaci per rispondere alla nuova crisi. Che ha dato il via libera a una vera e propria azione militare contro il Paese confinante. Le dichiarazioni di Olmert implicano una precisa responsabilità del governo di Beirut ritenuto colpevole per quanto organizzato e messo in atto dall’interno dei suoi confini. Nel 1982 l’occupazione del Libano, destinata a durare fino al 2000, scattò dopo un attentato a un diplomatico israeliano a Londra. Stavolta il casus belli per un’occupazione è, in teoria, molto più solido. Il governo libanese non ha mai mosso un dito per mettere in pratica la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiede lo scioglimento di Hezbollah e di tutte le altre organizzazioni armate. Va anche detto che Stati Uniti e Francia, madrine del provvedimento ma consapevoli dei rischi di una guerra civile, non hanno mai insistito troppo, né fatto pressioni sul governo di Fuad Siniora.
Così dopo le elezioni successive al ritiro israeliano Hezbollah ha continuato a esercitare il suo ruolo di feudatario armato del meridione libanese. Ora un colpo di mano israeliano, una nuova occupazione suscettibile di mettere a rischio la stabilità e il futuro del Paese, minaccia di mettere Olmert in rotta di collisione con l’alleato americano e con l’Europa. Ma il premier israeliano, costretto a quattro mesi dalle elezioni a far fronte alla peggiore crisi degli ultimi anni sul fronte settentrionale e su quello palestinese, deve fare i conti anche con il malcontento di Tsahal. «Se i soldati rapiti non tornano a casa il Libano rischia di fare un salto all’indietro di vent’anni» dichiaravano ieri alcuni generali ai vertici della catena di comando. E persino per il capo di stato maggiore Dan Halutz, scelto l’anno scorso per comandare un ritiro da Gaza che altri generali preferivano evitare, giudica il rapimento «un punto di svolta per l’intera regione» e indica il responsabile nel governo di Beirut. Del resto per molti generali il ritiro dal sud del Paese dei Cedri fu un segnale di debolezza reso ancora più eclatante, cinque anni più tardi, dall’addio a Gaza. Per questo molti di loro hanno chiesto all’esecutivo un’azione devastante, capace di riscattare il passato.
In ogni caso non sarà un’operazione rapida. Impegnato su due fronti l’esercito di Tsahal ha bisogno di almeno cinque giorni per richiamare i riservisti e mettere insieme una divisione d’appoggio in grado di garantire operazioni in profondità a nord della frontiera. «Sarà un’azione contenuta, ma molto, molto dolorosa» ha aggiunto Olmert prima di riunirsi con ministri generali ed esponenti dei servizi di sicurezza. Nel frattempo, prima ancora che Beirut chiedesse la convocazione del Consiglio di sicurezza, Israele avvertiva le Nazioni Unite di ritenere il Libano pienamente responsabile e faceva arrivare a Kofi Annan una nota in cui ufficializzava la definizione di atto di guerra pronunciata da Olmert. La nota consegnata dall’ambasciatore Dan Gillerman chiede alla comunità internazionale di esigere il disarmo delle milizie libanesi votato dal Consiglio di sicurezza e di pretendere dal governo l’estensione della propria sovranità alle zone meridionali del Paese. Gillerman dopo aver spiegato che Israele reagirà in ogni modo ritenuto necessario ha puntato il dito contro l’Iran e la Siria definendoli «i finanziatori, gli ispiratori e i sostenitori di ogni forma di terrorismo in quella parte del mondo».