A Beirut bombe anche sui quartieri cristiani

Moussawi, direttore della tv degli Hezbollah: «Se gli israeliani ci invadono, siamo in grado di resistere almeno sei mesi»

Luciano Gulli

nostro inviato a Beirut

La luce elettrica ha continuato ad andare e venire per tutto il pomeriggio. Talvolta solo per pochi secondi. Ma a metà pomeriggio, soprattutto nei quartieri meridionali, nella “Nasrallahgrad” (come Stalingrado, geme l’editorialista di L’Orient Le Jour) che l’artiglieria israeliana martella senza tregua per bonificare covi, depositi e installazioni del “partito di Dio”, le interruzioni si sono fatte più lunghe, più sinistre, come fossero cariche di cattivi presagi.
Hassan Hatoum, che ha un negozio di scampoli al dettaglio in una traversa della Hamra, a Beirut ovest, ci ha pensato su un bel po’. «Non volevo farlo per scaramanzia. Quell’epoca mi sembrava finita per sempre. Ma oggi mi sono detto: ci risiamo. È come allora, nell’82, quando i carri armati israeliani attraversarono il fiume Litani invadendo il Libano. Anche quella volta un luglio. Così sono sceso in cantina e ho tirato fuori il generatore. Si ricorda, 24 anni fa, quando tutti i negozi e le case sulla Hamra avevano il loro generatore piazzato sul marciapiede? I miei figli non lo sanno, non erano ancora nati. E mi hanno guardato come un vecchio menagramo quando gli ho detto di andare a fare incetta di benzina. Credetemi, gli ho detto: se va avanti così, la benzina e il gasolio diventeranno merce rara».
Manca la corrente elettrica e cominciano a scarseggiare i viveri, soprattutto la frutta e la verdura. I pochi contadini che si avventurano fino a Beirut venendo dalla valle della Bekaa con i loro carichi di pomodori, lattughe e pere lo fanno a loro rischio e pericolo, badando a circolare solo con camion scoperti, in modo che dall’alto si veda bene che si tratta solo di zucchine e di angurie, e non di proiettili d’artiglieria.
Ci vuol poco, ai piloti della caccia israeliana, per equivocare. Ieri mattina, per esempio. Tre botti secchi, a non più di quattro chilometri dal nostro albergo, nel quartiere cristiano di Ashrafieh. È la prima volta che bombardano il centro della città. Dunque si corre a vedere. E quel che si vede sono due camion inceneriti, parcheggiati in uno slargo in mezzo a un pugno di case, nel dedalo di stradine strette e tortuose del vecchio quartiere che si allarga intorno alla via intitolata ad Abdel Wahab al Inglisi. Due vecchi camion “colpevoli” di avere sul groppone una lunga trivella, di quelle che servono per scavare pozzi artesiani; che a vederla da lontano, dal cockpit di un cacciabombardiere, può sembrare benissimo una rampa di lancio per razzi katiuscia, perché no?
L’altra notte, lo spostamento d’aria di un obice caduto dalle parti dell’aeroporto ha polverizzato anche la grande vetrata del salone dei ricevimenti della nostra ambasciata, sulla collina di Baabda. Ma non sono le esplosioni a far paura, se uno abita nel cuore della città. È il fantasma della fame, della mancanza di medicinali, di acqua e di luce elettrica che angoscia gli abitanti di una città che si aspettava di accogliere un milione e mezzo di turisti e deve invece trovare il modo di dare ospitalità a mezzo milione di sfollati.
La parola d’ordine è una sola: economizzare. All’Hotel Dieu, al Saint George, al Barbir, al Sahel, medici e suore intonano la stessa litania. «C’è poco di tutto - conferma il dottor Camille Zaatar - e se la Croce rossa internazionale non ci dà una mano saremo presto nei guai».
I bambini, come sempre, sono i bersagli su cui, misteriosamente, si accaniscono i demoni della guerra. Negli ospedali c’è posto solo per i traumatizzati, i feriti. Ma per i Khaled, gli Amal, i Mahmud, le Fatima che hanno perso il sonno e piangono terrorizzati per aver visto i genitori morire o la propria casa crollare, e ora dormono su un cartone sotto le stelle, di posto non ce n’è. «Eppure sono traumi psicologici profondi - sospira la dottoressa Fabienne Amour - che andrebbero affrontati da specialisti, a meno di non tirar su un’altra generazione di ragazzi disturbati». Roberto Laurenti, dell’Unicef, calcola che il 30 per cento degli sfollati sono bambini, e chiede l’apertura immediata di corridoi umanitari.
A metà mattinata vado a trovare Ibrahim Moussawi, direttore della televisione degli Hezbollah “Al Manar” e della rivista Al Intiqad, anche questa palestra dei radicali islamici del “partito di Dio”. Mussawi, che da cinque giorni cambia casa di continuo per paura di finire nel mirino di Tsahal, sembra un vulcano in eruzione. «La guerra scatenata dagli israeliani contro il Libano vive su un povero pretesto: la cattura di due soldati da parte delle milizie Hezbollah. Ora le domando: le pare che stiano facendo qualcosa per cercarli? E guardi l’America di Bush - prorompe -. La Cnn dice che Bush ha dato agli israeliani ancora una settimana di tempo prima di imporre un cessate il fuoco. Lei capisce? C’è un tiranno, nel mondo, che concede a un Paese terzo licenza di uccidere, massacrare, distruggere una nazione. Ma solo per una settimana, dice il grande ipocrita». Gli Hezbollah resisteranno almeno sei mesi, giura Mussawi. «Ci sono i tunnel scavati durante la guerra civile e durante l’occupazione israeliana. Li aspetteranno lì».
Sulla città, quando cala il buio, il silenzio è rotto da tre nuove esplosioni. Vicine, troppo vicine, mentre la Tv recita il bollettino quotidiano di nuovi massacri (ieri sarebbero morti almeno 70 civili), di nuove distruzioni. Colpita la caserma delle forze Onu a Naqura, l’aeroporto bombardato di nuovo, un orfanotrofio centrato a Tiro, i combattimenti corpo a corpo ad Aitarun e nel villaggio di Al Ghaiar. Sì, forse quel generatore tornerà di nuovo buono, ad Hassan Hatoum.