Beirut, l'odissea degli italiani in fuga

Il racconto dei nostri connazionali che si sono trovati in mezzo alla battaglia. L'intervento dei carabinieri del Tuscania e dell'esercito libanese

Beirut - Usano termini come odissea, incubo, paura, ansia, gli italiani che oggi, grazie all'intervento dell' ambasciata d'Italia in Libano, sono riusciti a venir fuori dalla parte Ovest di Beirut sotto assedio e pattugliata dai miliziani sciiti, che giovedì notte ne hanno preso il controllo con le armi nella peggiore battaglia dai tempi della guerra civile che ha insanguinato il Paese tra il 1975 e il 1990. Ma usano anche termini come ottimo lavoro, grande professionalità, tempestività ed efficienza per descrivere l'intervento dei carabinieri del Tuscania che questa mattina, con una scorta dell'esercito libanese, sono andati prelevarli. Si tratta di una quindicina di persone, italiani residenti o in visita, ma anche due europei e un americano che erano giunti a Beirut assieme ad una turista italiana residente a Londra.

"Siamo arrivati mercoledì via terra dalla Siria, per una vacanza", ha raccontato all'ANSA Francesca Liberatore, 26 anni di Roma, giunta nella capitale libanese assieme al marito americano e ad una coppia di amici, lui inglese, lei spagnola. "Non sapevamo niente, abbiamo camminato in una città quasi deserta, e metteva paura. Poi siamo arrivati in albergo. Ma in questo momento - dice concitata al telefono mentre è in viaggio verso il valico di confine con la Siria - stiamo passando dei posti di blocco di uomini armati", e si interrompe. Dopo un momento di tensione riprende: "Il momento peggiore è stato il pomeriggio e la notte di giovedì Abbiamo sentito molte sparatorie ed esplosioni. Erano vicine".

Poi la fuga. "Quando stamattina ci sono venuti a prendere. Abbiamo dovuto attraversare molti posti di blocco a Beirut Ovest, dove diversi uomini avevano le armi ben visibili. Erano vestiti in borghese e attorno a loro avevano una gran quantità di bandiere", i vessilli gialli e verdi di Hezbollah, o quelli di altre formazioni sciite. "Usciti da Beirut ho provato un certo sollievo, ma sono ancora in preda all'ansia, che non passerà fino a quando non sarà in Siria", conclude.

Maurizio Giuliani, trentino, è in Libano da un paio di mesi e lavora con la cooperazione italiana. "Il momento peggiore è stato nel corso della notte tra giovedì e venerdì. Un incubo. Mi sono trovato vicino ad una vera e propria battaglia, che è andata avanti fino all'alba". Ore terribili, in cui "mi sono tenuto in contatto voce con la mia famiglia a Merano, tramite il computer, con Skype, tra un black-out e l'altro, e anche loro hanno potuto ascoltare il suono tremendo e incessante delle esplosioni", ha a sua volta raccontato dall'albergo nei pressi dell'ambasciata dove ora ha trovato un po' di tranquillità. Nei momenti peggiori, Giuliani è stato assistito anche dai vicini, "nel cui appartamento a fianco del mio sono entrati dalle finestre almeno sei proiettili vaganti". Poi, finalmente, questa mattina il trasferimento. "E' andato tutto liscio. Il personale dell'ambasciata che ci ha assistito si è mosso in maniera davvero professionale. Davvero un ottimo lavoro".

In Libano ci sono ora circa 1.700 italiani, di cui circa 200 in visita a parenti o per turismo. A Beirut sono 600, ma ormai tutti fuori dalle zone di maggiore tensione e l'ambasciata ha fatto sapere due essere in contatto con loro, pronta per ogni tipo di assistenza di cui potrebbero aver bisogno.