Beirut, nel Libano in armi nasce l’industria della fuga

Yacht stipati di gente verso Cipro. Taxi per la Siria. A prezzi da strozzini

sulla strada Beirut-Damasco

«Habibi, amico mio, dovevi chiamarmi ieri sera: ho mandato via due famiglie, cercavano l'ultimo passeggero per riempire la barca. Ti mandavo a Larnaka con mille dollari e un 20 metri che era un piacere, neanche ti accorgevi del viaggio; ma adesso come faccio? Se vuoi andare solo ho un 15 metri, ma ti costa 5mila dollari, ti conviene aspettare, ti chiamo appena ho gente». Caesar, il pirata più pirata di Junyeh, la cittadina cristiana 15 chilometri a nord di Beirut è irremovibile. Le barche sono finite e se proprio voglio partire devo ingrassarlo a suon di dollari. Ne ha già incassati tanti. Da quando l'aeroporto è chiuso, cioè dallo scorso giovedì, ha messo in mare almeno dieci yacht stipati di gente e bagagli. A conti fatti, detratti i costi della benzina, e calcolati i 1.200 dollari a testa di pedaggio, gli sono rimasti in tasca 35mila-40mila dollari. Del resto, come dice Maya, l'amica maronita che mi aiuta nella ricerca di una via di fuga: «Qui siamo tutti mercanti e se c'è da guadagnare nessuno si tira indietro».
A Beirut se ne sono accorti tutti. Le bande di Hezbollah che da una settimana sbarrano le strade dell'aeroporto imponendo di fatto la chiusura lo scalo, non tengono solo in ostaggio la città, ma ingrassano i più spregiudicati corrieri di uomini. A render le cose ancora più difficile contribuisce la sparizione del provvidenziale traghetto che negli anni della guerra civile garantiva i collegamenti tra Cipro e il porto di Junyeh. Solo ora i libanesi si rendono conto di quanto infausta sia stata quella decisione. Con il vecchio ferry tutto si risolveva con qualche centinaio di dollari e una dozzina d'ore di traversata. Ora bisogna affidarsi ai pirati privati come Caesar o ai bucanieri del taxi. La via più breve per i secondi sarebbe quella della valle della Bekaa, un’ora e mezzo di macchina da Beirut a Zahle, altri venti minuti fino al valico di Masnaa e poi un'oretta fino all'aeroporto di Damasco. Ma non è così semplice. Masnaa da una settimana è chiuso alle automobili e nessun tassista ti ci vuole portare. «No, no, signore, noi non ci andiamo - ti dicono quelli di Allo Taxi, la più importante cooperativa di Beirut -, troppo rischioso per lei e per il nostro autista, noi facciamo solo la rotta Beirut-Tripoli-Damasco, le costa 450 dollari ci mette cinque o sei ore ma arriva vivo e tranquillo. Veda un po' cosa le conviene». In verità converrebbe non ascoltarli. A Masnaa il confine è aperto, ma chi è così stupido da incassare solo 150 dollari quando se ne può mettere in tasca il triplo? Certo che tra l'alternativa di pagarne 150, farsi due chilometri a piedi sotto il sole tra sciami di portatori e tassisti siriani decisi a conquistarti forse è meglio scegliere la rotta di Tripoli.
Eli, un amico libanese senza il senso della misura farnetica al telefono di un aereo privato gestito da amici di Hezbollah pronto a sollevarsi dalle piste dell'aeroporto e arrivare in Giordania per qualcosa come 8/10mila dollari. È una leggenda urbana. La torre di controllo è spenta e qualsiasi volo in uscita dallo spazio aereo verrebbe intercettato come clandestino. Eppure in questi giorni di follia ne hanno perfino scritto sui giornali locali. Intanto sull'altro telefono ci sono quelli di Allo Taxi: «Il suo tassista è già sotto l’albergo». Ibrahim, in camicia e Nissan bianca, è un vero professionista. «A Masnaa ti cucini la testa e spendi comunque 300 dollari. Con me vai via liscio come un fuso, diamo qualche dollaro ai siriani e passiamo tranquilli a Tripoli, che tanto oggi manco sparano. Vedrai, alla fine sarai contento». Anche tu, penso, visto che una settimana fa per la stessa corsa incassavi 200 dollari di meno.
Al confine è una baraonda di macchine, famiglie, serpentoni di donne e bambini con in testa il capofamiglia a guidare la traversata. C'è un sole crudele e, dietro i banconi, l'annoiata irriducibile indifferente quiete dei doganieri siriani. L'unica cosa frenetica n questo convergere di serpenti umani inesorabilmente immobili è la camicia bianca di Ibrahim. Calpesta un bagaglio, sposta una madre, si fa largo tra i bimbi piangenti, tira per la giacca un doganiere, se lo coccola via, gli sfregola il palmo con una decina di fruscianti dollari. Dieci minuti dopo siamo oltre. Ibrahim scuote la testa, ingrana la prima e maledice tutti. «Sempre così da queste parti, 20 dollari mi han rubato, appena possono se ne approfittano».