Beirut, il ritorno dei terroristi: bomba uccide deputato cristiano

Il leader druso Walid Jumblatt accusa la Siria: "Ci fanno fuori tutti a uno a uno"

«Ci stanno facendo fuori tutti a uno a uno». La voce del leader druso Walid Jumblatt riecheggia tra il fumo e le fiamme che inondano i teleschermi. Immagini consuete. Carcasse ridotte a scheletri fumanti, copertoni in fiamme, pompieri, soldati, sopravvissuti coperti di sangue, e sullo sfondo la rabbia e la rassegnazione di Sin El Fil, la roccaforte maronita all’entrata nord di Beirut. Hanno ucciso un altro dei loro. Hanno fatto a pezzi Antoine Ghanem, il deputato della falange, l’amico di famiglia dei Gemayel. La sua auto si consuma ancora tra le fiamme, dall’ospedale hanno appena annunciato la sua morte e quella di almeno altre otto persone, i feriti superano la ventina.

La mente di Walid Jumblatt è già sei giorni avanti, già alle prese con i conteggi di quella fatidica scadenza del 25 settembre. La verità non occorre cercarla, è scritta nei numeri, fa capire il leader druso. Quel giorno, per poter convocare il Parlamento, procedere all’elezione del presidente e mettere fine all’era di Emile Lahoud, la coalizione di governo antisiriana guidata dal premier Fouad Siniora avrà bisogno della presenza di almeno 86 deputati. Senza quel rigoroso quorum di due terzi imposto dalla Costituzione sarà impossibile riunire l’Assemblea e far valere la maggioranza per scegliere il successore di Lahoud. Senza il 63enne Ghanem, deputato ed esponente di lungo corso della Falange dei Gemayel, tutto sarà ancora più difficile.

Nei mesi scorsi bombe e proiettili hanno ucciso altri tre deputati cristiani. Walid Eido a giugno, Pierre Gemayel, figlio dell’ex presidente Amin dieci mesi fa, Gebran Tueni nel dicembre 2005. Lo spietato stillicidio erode lentamente la consistenza della maggioranza. Così mentre i quorum restano gli stessi, la coalizione antisiriana vede sfumare la speranza di scegliere il successore di Lahoud. Anche stavolta il proconsole di Damasco rischia di risuscitare dal proprio crepuscolo. Anche stavolta il presidente-Fenice sembra alimentarsi del sangue dei suoi avversari e riprendere il volo. Doveva andarsene nel 2004, ma la proroga di tre anni del suo mandato imposta da Damasco costò prima la carica e poi la vita all’allora premier Rafik Hariri, colpevole di averla osteggiata con tutte le forze. Oggi per garantirgli un successore all’altezza, gli amici di Damasco sarebbero disposti, fa capire Jumblatt, a decimare la maggioranza, a piegarla a colpi di bombe e attentati.

Il ricatto, in caso contrario, è già pronto, già servito. Per rimpiazzare Lahoud bisognerà rassegnarsi a cooptare uno come lui, raggiungere un accordo con Hezbollah e le altre forze dell’opposizione, concertare un candidato comune. Potrebbe essere Michelle Aoun, il generale cristiano accoccolatosi tra le ginocchia dell’odiata Siria in nome di una presidenza inseguita per una vita. Potrebbe essere, più probabilmente, il capo di stato maggiore Michele Suleiman, ovvero il clone dell’attuale presidente libanese. Il generale cristiano che sette anni fa ereditò il posto di Emile Lahoud ai vertici dell’esercito, quando il preferito di Damasco venne scelto per occupare la massima carica istituzionale libanese, potrebbe continuare a nuotare nella scia e trasferirsi a sua volta al palazzo presidenziale.

La coalizione di governo vincitrice delle elezioni non ha - nonostante la maggioranza parlamentare - possibilità di scelta. Può solo accettare l’accordo o subirlo. Emile Lahoud ha già fatto sapere di esser pronto, in caso di mancata elezione di un successore, a sciogliere il governo del premier Fouad Siniora e trasferire il potere nelle mani di un esecutivo provvisorio guidato proprio dal generale Michel Suleiman. In quel sinistro ricatto l’anziano ex presidente Amin Gemayel vede disegnata l’ennesima umiliazione, l’ennesima sconfitta.

Le lacrime, a stento trattenute, mentre ricorda l’amico di famiglia Antoine Ghanem, si mescolano a quelle per la perdita del figlio Pierre lo scorso novembre, del fratello Bachir, il presidente dilaniato da una bomba il 14 settembre di 25 anni fa. Dietro quelle tre morti, dietro le tragedie nazional-familiari di un quarto di secolo, un’unica spietata mano, un unico immutabile obiettivo, un’unica irremovibile pretesa: rendere inutile il voto parlamentare, conquistare il controllo della presidenza, affermare il controllo su un Paese considerato alla stregua di una colonia.