Beirut, ucciso il numero due dell’esercito

L’ufficiale avrebbe dovuto prendere il comando delle Forze armate. Sospetti sulla Siria, che accusa Israele. A rischio l’accordo sul nuovo presidente

È morto come Rafik Hariri, come Gebran Tueni, come Pierre Gemayel. Come gli altri otto deputati, ministri e attivisti anti-siriani liquidati negli ultimi 34 mesi. Ma il 55enne generale maronita François Hajj non era un politico, non era un anti-sirano, non era un militante. Era un militare. Era il numero due dell’esercito. Era il simbolo della sconfitta di Fatah Al Islam, la milizia al qaidista asserragliata nel campo palestinese di Nahar El Bared. Il generale Hajj l’aveva annientata ai primi di settembre dopo un assedio durato oltre tre mesi e costato la vita a 166 soldati.
Quella vittoria sofferta, ma indiscutibile aveva restituito all’esercito l’antico orgoglio, aveva consacrato Hajj al ruolo di suo futuro comandante in capo. Hajj doveva prendere le redini dell’istituzione più cara ai libanesi dopo l’elezione alla presidenza dell’attuale comandante, il generale Michel Suleiman. A sbarrargli la strada è bastata la solita autobomba: 35 chili d’esplosivo ad alto potenziale fatti deflagrare al passaggio del suo fuoristrada in una zona a poca distanza dal palazzo presidenziale di Baabda. L’esplosione è l’inferno in terra. Un cratere di due metri ingoia la strada. Una coltre nera oscura il cielo.
Quando l’apocalisse si placa, quando la luce torna a fendere la notte di polvere, chi ha visto stenta a capire. Il fuoristrada del generale sembra dissolto, scomparso. E con lui i suoi occupanti. La macchina è in un fossato sotto la strada. Quindici metri più in là ci sono i corpi di Hajj, della sua guardia del corpo e dell’autista. Poltiglia umana, carne ed ossa senza più forma, nè identità. Una decina i feriti tra i passanti.
L’assassinio del generale sembra l’esatta replica di quello costato la vita il 12 dicembre di due anni fa al deputato e giornalista anti-siriano Gebran Tueni. Ma è cosa diversa. L’assassinio di un generale, la liquidazione di un esponente dell’unica istituzione considerata, a torto o a ragione, al di sopra delle parti è un atto senza precedenti anche per i tormentati scenari libanesi.
È una nuova impennata, un salto a piè pari al di là di ogni estrema esile linea rossa. Certo i più ottimisti sperano ancora nella vendetta, nell’estrema millimetrica rappresaglia di Fatah al Islam contro il generale che le ha spezzato le reni tra le rovine del campo palestinese di Nahr El Bared. Ma i più pessimisti si domandano chi abbia spinto quella Bmw verde oliva carica d’esplosivo oltre i rigidi controlli di sicurezza imposti sin dai tempi dei siriani nella zona del palazzo presidenziale. Chiunque ci sia riuscito non era un terrorista allo sbando, non era solo un militante integralista assetato di vendetta. La tempistica dell’attentato contribuisce a moltiplicare i sospetti di tutti contro tutti.
La bomba di Baabda è esplosa 24 ore dopo l’ottavo rinvio dell’elezione presidenziale. Così, mentre la Siria tira in ballo Israele e la maggioranza legata al governo punta il dito contro i consueti sicari di Damasco, il Paese precipita nella confusione e nell’incertezza. Promuovere alla presidenza Suleiman senza un Hajj pronto a prenderne il posto può costare la dissoluzione dell’unica istituzione non ancora intaccata dalle divisioni confessionali. Ora anche l’accordo consensuale sul nome di Suleiman - raggiunto con la benedizione di Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita e Siria - è sul punto di saltare. L’ultima data possibile è quella di lunedì 17.
Se neppure quel giorno si riuscirà a modificare la Costituzione e abrogare l’intervallo di due anni tra il congedo di un generale e la sua elezione alla presidenza, il Paese dovrà prepararsi al peggio. La prossima convocazione è fissata per marzo, ma fino ad allora il Libano potrebbe aver cambiato volto.