Beirut, visita a sorpresa della Rice «È urgente un cessate il fuoco»

Appoggio Usa al governo Siniora. Ma il leader sciita Berri respinge le condizioni per la tregua. Oggi l’incontro con Olmert

Luciano Gulli

nostro inviato a Beirut

Condoleezza Rice conviene che un cessate il fuoco «è urgente. Ma è importante avere le condizioni che lo rendano anche sostenibile», puntualizza. È questo il cardine intorno al quale gira l'incursione del segretario di Stato Usa, che in mattinata sbarca a sorpresa a Beirut prima di proseguire per Gerusalemme, dove in serata ha incontrato il ministro degli esteri Tzipi Livni e oggi vedrà il premier Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen.
Quali siano le condizioni per una «tregua sostenibile», Washington lo ha ribadito più volte nel corso di questa ennesima crisi fra Libano e Israele. Il cessate il fuoco, ribadisce ora la Rice, dopo aver stampato tre baci sulle guance del molto lusingato premier libanese Siniora, sarà possibile solo dopo aver affrontato alla radice la cause del conflitto: ovvero la minaccia rivolta a Israele dalle milizie dello sceicco Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, e il perverso legame che lega il «partito di Dio» alla Siria e all'Iran. Solo allora si potrà pensare, se si troverà un accordo fra le parti in causa, al dispiegamento di una forza Onu nel sud.
C'è, intanto, una situazione umanitaria esplosiva che va affrontata di petto, riconosce la Rice. Un dramma che va risolto al più presto accelerando la creazione di corridoi umanitari e alleviando le sofferenze degli oltre 500mila sfollati.
Con Fouad Siniora, il premier libanese che Condoleezza Rice ha ringraziato «per il coraggio e la risolutezza» mostrati nella crisi in atto, l'intesa non poteva essere migliore, viste le circostanze. Le prese di posizione di Siniora contro gli Hezbollah (sia pure espresse con la cautelosa prudenza che la burbanza del movimento armato consiglierebbe anche a un cuor di leone, e Siniora non lo è) sono piaciute agli americani. Quel suo ribadire, anche recentemente, che «lo Stato deve tornare ad essere l'unico potere legittimo in Libano, e che la sua sovranità deve estendersi a tutto il territorio nazionale», sono la musica che Condoleezza Rice aspettava di ascoltare. Non è in discussione, puntualizza Siniora, con un occhio all'ingombrante vicino siriano, la «solidarietà del Libano con le posizioni del mondo arabo». Quel che deve essere chiaro, tuttavia, è che «è lo Stato che deve governare. Negli ultimi trent’anni, i libanesi si sono abituati a trattare con uno Stato debole». Ora si cambia, promette Siniora. «Quel che dobbiamo fare è rimettere in piedi uno Stato giusto e forte, capace di far rispettare le libertà e la Costituzione, e al quale si possa chieder conto del suo operato». In una nazione del genere (ovvero in un Paese normale) è evidente che non ci sarà spazio per quello «Stato nello Stato» rappresentato da Hezbollah.
La visita del segretario di Stato Usa, giunta da Cipro a bordo di un elicottero della Marina americana, è durata due ore. Una plateale dimostrazione di appoggio alla linea del governo, decisa dall'amministrazione Usa all'ultimo momento, dopo quasi due settimane di gelido attendismo; ma anche un'apertura di credito condizionata. Dopo Siniora, la Rice si è intrattenuta per mezz'ora con il presidente del Parlamento e leader sciita Nabih Berri, l'uomo indicato da Hezbollah quale mediatore nello scambio di prigionieri con Israele. Nessuna sorpresa, dall'incontro fra i due, conclusosi con il leader sciita che in obbedienza alla sua militanza filosiriana, ha respinto le proposte della Rice. Prima di partire per Gerusalemme, un altro incontro con i rappresentanti della coalizione di partiti libanesi antisiriani: quelli riuniti sotto l'egida del «14 marzo». Un giro di consultazioni mirato, volto a dare sostegno al governo libanese e a marcare il fossato che divide Washington da Damasco.
Al lavoro è anche la diplomazia araba. Il presidente egiziano Mubarak e il re saudita Abdallah si incontrano stamani al Cairo per discutere le misure da adottare per un cessate il fuoco immediato e porre fine alle perdite umane e materiali provocate dal conflitto. Arabia Saudita, Egitto e Giordania, che domani parteciperanno al vertice di Roma, hanno pronto un piano in sette punti per risolvere la crisi. A leggerne i passi salienti, pare un piano ragionevole. Bisognerà vedere che ne pensano i diretti interessati. Si ritireranno, gli israeliani, dai territori libanesi ancora occupati? E accetterà, Hezbollah, di rinunciare allo strapotere conquistato?