Bekele, ultimo imperatore con la tristezza nel cuore

I 10mila a un altro grande d’Etiopia: «Ma tre ori non cancellano la morte della mia fidanzata»

nostro inviato a Helsinki
Il potere sta nelle gambe non nei soldi. Kenenisa Bekele ce l’ha spiegato ancora una volta, guidando il trenino verde speranza dei grandi corridori etiopi. Potere nero, potere vero. In questo mondo che consuma in fretta eroi e mode, la grande tradizione dei masticatori di chilometri etiopi non si stinge mai. C’era una volta Abebe Bikila, e poi Mamo Wolde, e Mirus Yfter e ancora il piccolo grande Gebre. Oggi c’è lui, l’uomo il cui nome in amarico significa «ricco», un’intuizione di mamma e papà che poi è diventata realtà sulle piste. Ieri Bekele ha aggiunto una medaglia di campione alle tante che ha raccolto nella cassaforte di casa.
Re indiscusso del cross, ora è il signore dei 10.000 metri: ha raddoppiato il titolo vinto a Parigi, non ha fallito ad Atene, anche se quest’anno sarà quello del grande dolore e non delle grandi gioie. Bekele lo ha ricordato ieri, con la voglia di metter fine al suo mondiale che, invece, gli vorrebbe proporre la caccia all’oro dei 5.000, doppietta mai riuscita a nessuno in un campionato del mondo. «È stato un anno molto bello per le vittorie, ma non posso essere felice: ho sempre con me il mio dolore». A gennaio Alem Techale, la sua fidanzata, stramazzò dopo un allenamento. Mollata dal cuore giovane. Magari poteva esserci anche lei in questa terra che ha fatto sbocciare e mandato nella leggenda i grandi corridori della tradizione europea: Nurmi, Ritola, Salminen, Lasse Viren, Vainio, Vaatanen.
A Helsinki sono presenti 16 atleti, tutti impegnati in distanze che vanno dagli 800 metri alla maratona. Oggi la grande tradizione dei 10.000 va scoperta, cercata, e studiata ad Addis Abeba e dintorni. Lo hanno dimostrato le tre ragazze che si sono giocate il podio femminile, lo ha ricordato il trenino di questi omini di ferro che ha tenuto in mano tutti i 27 minuti della gara mondiale. Sileshi Sihine (tradotto significa vittoria) e Dinkasa Negera a tirare il gruppo, Bekele confuso tra gambe e maglie africane. Campionato d’Africa, più che campionato del mondo: due soli europei, due giapponesi, due americani fasulli (uno di origine somala, l’altro eritrea). Corsa a stremare ogni pretendente («è stato difficile fare il ritmo senza lepri»), guerra di posizione negli ultimi due giri per impedire l’inserimento di keniani, veri o del Qatar (Kemboi) e di qualche terzo incomodo. Tentativo fallito proprio all’ultimo, quando Mosop si è inserito nello sprint finale per acchiappare il bronzo ed evitare la tripletta etiope anche fra i maschi. Solo un problema di podio, niente altro, perché i numeri dicono che l’Etiopia nei 10.000 metri mondiali ha conquistato 23 medaglie fra maschi e femmine.
Quelle maglie verde speranza dicono, però, che il serbatoio umano è inesauribile, creato attraverso la povertà che ha mandato al potere la forza delle gambe e non del danaro. Bekele, 23 anni e quarto di sette fratelli, è nato in una famiglia di pastori, ha imparato a correre scalzo come la gran parte dei connazionali, ha corso su strade piene di buche, ha rispettato come un gioiello la pista sintetica di Addis Abeba, l’unica di tutto il paese. Ma questa è la legge etiope: il governo non stanzia più di 350mila dollari all’anno per lo sport, i club militari danno una mano, l’azienda elettrica e le banche pure, ma nei ritiri collegiali c’è posto per pochi. Tutto va al risparmio in un paese dove il tasso di analfabetismo è al 60 per cento. Il primo salario di Gebreselassie fu di 8 dollari, eppure oggi è un uomo ricco che aiuta il suo paese. Le sorelle Dibaba, prima e terza dei 10.000 di Helsinki, vivevano a Bekoij, la stessa città di Bekele, ma in una casa senza luce e acqua corrente. Gente di pelle dura, capace di soffrire correndo e correre per non soffrire. Senza paura della fame, abituata dalla religione che obbliga ai 55 giorni di digiuno prepasquale. Bekele è di religione copta. Gebre gli ha in segnato l’altra religione: quella del correre e vincere. E da fedele praticante osserva sempre entrambi i comandamenti.