Il bel René evade solo via internet: "Non avrò la grazia ma apro un blog"

Vallanzasca protagonista di una nuova iniziativa su internet: "Se fossi convinto che la clemenza è un mio diritto lotterei fino alla morte"

Vecchio non è. Era il 4 maggio ’50 quando «evase» per la prima delle sue infinite volte, venendo alla luce dal grembo della sua adorata mamma Maria in una casa di via Porpora, a Milano Lambrate. E magari vecchio mai lo sarà. Perché Renato Vallanzasca, a 57 anni, è forse soltanto maturato. E ha capito che per lui, ormai, sono finite tante cose. È finita senz’altro la stagione delle sbarre segate, delle scivolate verso la libertà lungo corde di lenzuola, attraverso l’oblò di una nave o con la lucida follia di finire in una più permeabile infermeria autoprocurandosi l’epatite con un’endovena di pipì. Ma ha capito che è anzitutto tramontata la speranza di ricevere un giorno la grazia presidenziale, respinta proprio di recente. Ancora una volta.
Ma sarà l’ultima. Ad annunciarlo, spavaldo, non poteva essere che lui, l’ex re della Comasina, con uno scatto d’orgoglio giovanile, con un ritorno di fiamma sfrontato come il suo passato sanguinario, disseminato di cadaveri e belle donne impazzite per lui e per i suoi occhi chiari. Un passato che lo ha sepolto nel carcere milanese di Opera sotto l’inamovibile cumulo di quattro ergastoli e 260 anni di reclusione.

E lui, pirata sì ingrigito, corsaro senz’altro con le rughe, ma guascone come ieri - «mi sento forte come una roccia» - ha annunciato la sua decisione con un’intervista a un media giovanile, il giornale online affaritaliani.it, non alla solita carta stampata. Come ad avvertire che il boccino se l’è ripreso lui. Come a dire: «Sapete che c’è? Io resto dentro».

Comunicando al tempo stesso, il René, di essersi procurato una nuova «lima» per evadere ogni giorno: un blog, roba da fioeu, roba moderna da ragazzi, che si chiama www.renatovallanzasca.com ed è già in rete, anche se curato da altri, dato che dal carcere non ci si può connettere al web.

Dice di aver capito subito, Vallanzasca, che sarebbe stato vittima dell’indulto. «Quando ho letto l’accostamento con Vallettopoli mi sono convinto che la grazia potevo scordarmela. E dopo un attimo - ma proprio un attimo! - di smarrimento, ho ripreso a vivere la mia solita vita che, a dispetto di chi mi vorrebbe sull’orlo della pazzia, è piena di interessi al punto che vorrei che le mie giornate fossero di 72 ore». Quindi basta, aggiunge, spiegando perché d’ora in avanti non si batterà più per la sua libertà. «Combatterei alla morte se si trattasse di qualcosa che ritenessi spettarmi di diritto. Ma io avevo chiesto un atto di clemenza. Sarebbe assurdo accampare ancora pretese».

E non le ha mandate a dire, il bandito, nemmeno al prefetto Achille Serra, che si era dichiarato favorevole a concedergli un’opportunità. «Né io né mia madre sentiamo il bisogno dei suoi atti umanitari. Anzi, se vuol fare cosa gradita a me e a lei, eviti in futuro, se possibile, di parlare di Renato Vallanzasca». Soltanto parole, si dirà. Ma sparate a raffica. Come ai vecchi tempi. Come alla Comasina.