Il belga Praet capo economista della Bce

Tutto pronto per la partenza del maxiaumento di capitale di Unicredit. Questa mattina il presidente Dieter Rampl e l’ad Federico Ghizzoni condurranno il cda alla determinazione del prezzo dell’aumento. Entro la settimana sarà pubblicato il prospetto e da lunedì mattina partirà la ricapitalizzazione da 7,5 miliardi di euro.
Il management di Piazza Cordusio ha avuto la meglio sul team delle banche che partecipano al consorzio che, secondo indiscrezioni, avrebbero auspicato uno slittamento di una settimana. Ma resta da vincere la battaglia decisiva: quella sul prezzo di emissione delle nuove azioni. Fino a notte, ieri, Unicredit e gli istituti coinvolti, capeggiati da Mediobanca e da Bank of America-Merrill Lynch, hanno discusso in conference call gli ultimi dettagli. L’ipotesi iniziale di uno sconto del 35-40% sul prezzo teorico ex diritto è tuttora in piedi, ma non sono esclusi colpi di scena. Nessun commento ufficiale, invece, sulla possibilità di nuovi interventi sulle risparmio (ne sono rimaste 2,4 milioni dopo l’accorpamento), magari per eliminare i «vecchi» titoli al portatore.
Il motivo principale di questa meditazione è uno solo: salvaguardare la capitalizzazione della banca e i suoi investitori. La Borsa, infatti, ha già cominciato a scommettere su un forte sconto e, ieri, Unicredit ha lasciato sul terreno il 2,47% chiudendo a 6,33 euro, ma da quando le azioni a fine dicembre sono state raggruppate (nella proporzione 1:10) in vista dell’aumento, la perdita è stata del 10% circa. Considerato l’andamento negativo dei mercati, il rischio non è rappresentato tanto dalle adesioni (il soggetto è una delle 29 banche di interesse sistemico globale) e nemmeno dalle prospettive (le megasvalutazioni da 9,8 miliardi del terzo trimestre faranno emergere valore), ma dalla possibilità che un supersconto annacqui la capitalizzazione della banca che ieri si attestava a oltre 12,2 miliardi. Tanto più il prezzo teorico ex diritto farà emergere un valore di mercato vicino ai 20 miliardi tanto più l’operazione avrà avuto successo.
Ecco perché si può già cominciare a ragionare sullo scenario post-aumento con Fondazione Crt e Cariverona che si «scambieranno» i posti rispettivamente con il 4,2 e con il 3,5%, mentre Carimonte Holding si attesterà attorno al 3 e Banco di Sicilia dovrebbe mantenere il suo 0,6%. Gli altri enti di origine bancaria (Manodori, Bds, Cassamarca, Caritrieste) dovrebbero diluirsi portando la presa delle Fondazioni al di sotto dell’attuale 13% circa. Allianz con il 2% e Tripoli col 7,5%, detenuto tra Banca centrale e Libyan Investment Authority, dovrebbero essere della partita. Blackrock è già sceso dal 4,02% all’1,71 per cento.
Il palesarsi nuovi azionisti è un’ipotesi molto realistica, possibilità per altro già evidenziata al Giornale dall’ad Ghizzoni. La comparsa di fondi sovrani, in buona sostanza, potrebbe essere il puntello giusto per mantenere saldo il «nucleo stabile».