Belinelli dopo Bargnani al battesimo nella Nba

Nella notte scatta il grande basket Usa, per la prima volta con due azzurri in campo. "E ci faremo notare"

Troppa grazia. Dodici mesi fa si era tutti a commentare, stupore e orgoglio fusi assieme, l'affacciarsi al campionato Nba di un giocatore italiano, Andrea Bargnani, scelto addirittura al numero 1 del draft del giugno precedente, ed immediatamente investito, con altri, del compito di risollevare le vicende di una squadra, i Toronto Raptors. Ora, il bis: Marco Belinelli, scelto «solo» al numero 18, ma più aggressivo e determinato dell'apparentemente impassibile connazionale. Perché Belinelli, che scenderà in campo per la prima volta questa notte, nella giornata inaugurale, con i suoi Golden State Warriors contro gli Utah Jazz, è, ancor più di Bargnani, esponente di una nuova generazione di giocatori italiani che non vedono più la Nba come una sequenza di immagini televisive, ma come una realtà tangibile cui aspirare.

I 5' di debutto giocati nell'aprile 2002 con la Virtus Bologna sono ormai remoti: solo poche settimane fa Belinelli, atletica guardia di 1.95, veniva dipinto imprudentemente dal suo allenatore Don Nelson come uno che «ce l'ha scritto in fronte che diventerà una stella», giudizio inaudito per chi notoriamente adibiva le matricole a compiti di bassa manovalanza. Ora lo stesso Nelson, dopo una serie di partite precampionato in cui Belinelli ha faticato - in fondo nel suo ruolo ci sono in altre squadre atleti strepitosi, basta nominare Kobe Bryant e LeBron James - ha modificato parte di quel che aveva detto: «Forse ho commesso un'ingiustizia nei suoi confronti valutandolo in maniera così lusinghiera subito. Diventerà un giocatore fenomenale, ma deve lavorare tanto». Niente quintetto base allora, ma tanti minuti perché i Warriors tengono i ritmi alti ed hanno bisogno di gente fresca.

Belinelli, 21 anni compiuti lo scorso 25 marzo, bolognese della provincia (San Giovanni in Persiceto), si è comunque inserito molto bene nel gruppo di Golden State, di cui è capo spirituale Baron Davis. E il play ha accolto Belinelli mostrando fiducia in lui e mostrandogli la propria predisposizione positiva anche nelle piccole cose che fanno spogliatoio ad Oakland, la cittadina, di reputazione non proprio brillantissima, nella quale giocano i Warriors, pochi chilometri da San Francisco che però è davvero tutta un'altra cosa. Il bolognese intanto cerca casa: serve stabilità, specialmente ora che i ritmi salgono e dal 18 - data del «derby italiano» contro Toronto - al 24 novembre i Warriors saranno in trasferta anche a New York, Boston, Washington e Filadelfia. «Il coach vuole proteggermi - ha detto ieri - ma io voglio essere importante, per il bene della squadra e mio. Devo dare prova in allenamento di quel che so fare, perché voglio giocare». Eccola, la nuova mentalità: non basta più affacciarsi solo alla Nba e posare sorridendo con la maglia della squadra. Ora si vuole giocare, e diventare importanti. Poi il titolo Nba lo vinceranno di nuovo i San Antonio Spurs o magari i Boston Celtics o addirittura i Bulls se davvero Kobe Bryant andasse a Chicago come gli piacerebbe fare, ma nel nostro piccolo mondo fa sugo sapere che i prossimi, magari il Danilo Gallinari che piace a tutti, si stanno già facendo un'idea di come lasciare una traccia nella Nba.