Il bell’Alain entra nel clan dei ritirati che ci ripensano

Aveva chiuso ma sarà Cesare. Rientra Belmondo, non Connery e Newman

A un certo punto - saranno le rughe che avanzano o le offerte che scarseggiano - molti fanno il gran passo. «Basta col cinema, mi ritiro». Ma di solito, passato qualche tempo, ci ripensano. Perfino Greta Garbo, dopo il solenne addio con Non tradirmi con me del 1941, una dozzina d'anni dopo accettò di farsi fotografare da Max Ophüls per un film rimasto nel cassetto. Ed era Greta Garbo. Anche Alain Delon, a colpi di dichiarazioni del tipo «Dopo il cinema c'è la vita», aveva promesso di chiudere, in parte deluso da quel Uno dei due interpretato con Jean-Paul Belmondo nel 1998. Nel frattempo il settantaquattrenne Bébel, benché colpito da ictus invalidante, ha deciso di mostrarsi vecchio e claudicante nel rifacimento francese di Umberto D.; mentre lui, Delon, sempre in forma e facile all'ospitata tv, fa Giulio Cesare nel terzo Asterix. Si prende in giro, naturalmente, a differenza del John Gavin di Spartacus. Solo che l'ex bello di Hollywood, troppo simile a Rock Hudson, il cinema lo mollò davvero, nel 1983, per intraprendere una non memorabile carriera da ambasciatore.
Chissà se Fred Thompson, già bruciato nella corsa alla presidenza Usa, ci ripenserà. Al pari di Arnold Schwarzenegger, il quale, tra età e by-pass, non sembra più possedere il fisico di Conan. Mai dire mai, però. La rentrée è tentazione irresistibile a Hollywood. Chi non ricorda Henry Fonda e Katharine Hepburn nel malinconico Sul lago dorato, decrepiti entrambi, eppure decisi a strappare l'ultimo applauso? Non si farà tentare, invece, l'ottantaduenne Paul Newman, che di recente, pur continuando a tingersi i capelli rimasti e farsi lisciare le gote, ha respinto l'offerta dell'amico Robert Redford, col quale avrebbero dovuto girare il crepuscolare A Walk in the Woods. E meno male: non avrebbe funzionato, certe reunion senili suonano sempre patetiche, inutili.
D'accordo, Delon, classe 1935, è più giovane. I capelli sale e pepe gli stanno bene, anche le borse sotto gli occhi acquosi. Facile alla depressione come Jean-Louis Trintignant, che ha chiuso col cinema nel 1994, il bell'Alain disse di sé: «So fare solo tre cose: l'attore, cazzate e bambini». Una di quelle frasi a effetto che si perdonano ai divi dotati di sex-appeal. Come Sean Connery, il quale però, troppo preso dal golf, pare davvero intenzionato a mantenere la parola data: niente più film dopo l'impresentabile La leggenda degli uomini straordinari, 2003.
Gode di uno status speciale, invece, l'irlandese cinquantenne Daniel Day-Lewis, di nuovo sulla cresta dell'onda come baffuto e selvaggio protagonista del Petroliere, favorito nella corsa all'Oscar. Attore colto e stravagante, sposato con la figlia di Arthur Miller, Rebecca, ogni tanto si prende una lunga vacanza dal set per mettersi alla prova. Come quella volta che si rintanò in un laboratorio artigiano a Firenze, nello scetticismo generale, per imparare a fare le scarpe. Letteralmente. Ironizzò il collega Colin Firth: «Provo una grande invidia. Ogni volta che si mette a fare il ciabattino o il muratore, Scorsese prende il primo aereo per pregarlo di ripensarci. Una volta io mollai tutto per un lavoro da barista. Sarei ancora lì se non m'avessero licenziato». Le ingiustizie.