Bella scatola, in attesa dei contenuti

di Tony Damascelli
C’era il Benito Mussolini, detto in seguito Comunale e ancora Olimpico. C’era il Delle Alpi, detto Frigidaire. C’era la Juventus, dunque era il tempo delle identità, dei nomi, dei cognomi, di una storia, di “qualcosa per la domenica” come Gianni Agnelli definì la squadra di football di famiglia. Da domani c’è uno stadio nuovo, bellissimo ma che ha profumi, sentori, odori di plastica, di modernità, di cronaca, non certo, non ancora, di tradizione, di almanacchi, di ricordi. Non ha un nome, se lo deve fare, pagando. Un po’ come la nuova Juventus, imago sine re, per restare nella lingua latina, immagine senza sostanza. Bisogna riempire il contenitore, ci vorrebbero i contenuti, se ne riparlerà, si scriverà di questi e di altri. Ventuno anni fa quell’area delle Vallette, il quartiere edificato in memoria del “padrone” della Fiat, il Marchionne dei favolosi anni Cinquanta Sessanta, quello spicchio di Torino, occupato, tra altre cose, dal mattatoio e dalla casa circondariale, era stato rivoltato per il football, i mondiali di Italia '90, un progetto faraonico, ricchi premi e cotillons. Per inaugurare la struttura venne giocata una partita tra una formazione mista, e mesta, Juventus-Torino contro i portoghesi del Porto, vincitori della coppa dei campioni tre anni prima. L'amichevole si concluse con il successo dei locali 4 a 3 e tripletta del granata Skoro, tra fischi, insulti, cori delle due tifoserie, torinista e juventina, nonostante il minuto di silenzio riservato al Grande Torino, alle vittime dell'Heysel e a Gaetano Scirea.
L'insegna “Delle Alpi” faceva venire in mente un atlante o un albergo in altitudine, vennero bocciati Vittorio Pozzo perché uomo del ventennio, Gaetano Scirea, perché ignoranti e ingrati non ci pensarono. In questo stadio la Juventus ha conquistato sette scudetti, ridotti a 5 dalle note vicende ma in quell'impianto si sono esibiti anche cantanti e musici, perché l'arena, si diceva, aveva l'acustica ideale per i concerti, direi nulla, insieme con la visuale, per le partite di football. Il Delle Alpi, dunque, è stato cronaca, asterischi, tabellini, note, non ha mai avuto un cuore, non è mai stato mai caldo di passione, semmai di fazione, non ha mai trascinato pubblico e squadra in quel senso “teatrale” dei grandi stadi di fascino, San Siro, Bernabeu, Old Trafford, Ferraris, Camp Nou, Anfield che non c'è più. Ventuno anni buttati via, maledetti da calciopoli, ventuno anni avvelenati e velenosi, senza rimpianti, senza nostalgie come ancora conserva il Mussolini-Comunale-Olimpico o avevano il Velodromo di corso Umberto I o il campo di corso Marsiglia dove la Juventus vinse quattro campionati consecutivi. Ma questa è antologia che nulla ha a che fare con il linguaggio moderno, pronunciato, illustrato, frequentato dai nuovi manager di casa Juventus. Blanc Jean Claude ha venduto a una ditta tedesca, in cambio di 75 milioni di euro, l’asta per il nome dello stadio. La Sport Five deve reperire sul mercato internazionale l’acquirente che però, a sua volta, aspetta i risultati importanti della squadra. Senza champions non c’è futuro. Al proposito, la capienza dell’impianto è di quarantunomila posti, dunque non omologata dall’Uefa per ospitare una finale di champions league. Come progetto di investimento, non male.
Se ci fosse, comunque, oltre al senso del business, quello del rispetto, della storia, della conoscenza e della riconoscenza, il nuovo stadio dovrebbe portare un solo cognome: Agnelli. Ma sarebbe l'ammissione di qualcuno e di qualcosa che non c'è più. Come la Juventus.