Bellavista, gioia di casa Moretti

Paolo Marchi

da Roma

Questo pomeriggio a Roma, e il 21 giugno in seconda serata su Rai1, festa per gli Oscar del Vino, l’evento tutto lustrini e sorrisi promosso dal vulcanico Franco Ricci, patron della rivista Bibenda, della guida DuemilaVini e dei sommelier romani. Luogo dell’evento, il Cavalieri Hilton, quindici le categorie, hollywoodiano il programma a iniziare dalle nomination, tre, note da mesi, tra le quali decretare il vincitore, con degustazione dei 24 supervini nominati per il 2005 dalle 17.30 e fino alle 22, il tutto al prezzo di 70 .
Ricci ha soprannominato il “suo” pomeriggio l’Arte del Vino, di un vino, quello italiano, che ha bisogno di applaudirsi e di essere applaudito perché, per quanto possa essere cresciuto in qualità e in quantità, non è tanto famoso come quello francese e nemmeno è tanto e stop come quello di Australia e Sudamerica. Siamo a metà: i collezionisti fanno follie per alcune etichette, ma non follie folli come per i grandi francesi, e quando vogliamo guardare al vinello quotidiano troviamo chi lo fa in termini ancora più concorrenziali perché, privi di una storia, o la prendono a prestito, vedi la enopirateria, o se ne infischiano e lanciano perfetti vini-marketing, fatti su misura per un mercato a cui non interessano poesia e retrogusti. Un dato per tutti: il vino italiano è il più importato negli Stati Uniti, con una quota del 30% (+10,3% nel primo quadrimestre del 2005) contro il 28 della Francia e il 23 dell’Australia che, sorpresa, per la prima volta subisce uno stop e arretra dello 0,2%. Ma c’è un brutto e desolante ma: negli Stati Unti il falso vino made-in-Italy ha un giro d’affari pari a quello ufficiale. Per ogni nostra bottiglia autentica, se ne vende una di Chianti, Sangiovese, Refosco, Marsala, Malvasia, Lambrusco, Barolo e Barbera, magari un impossibile Barbera Rosé, tutti rigorosamente falsi che possono arrivare da Cile o Argentina ma anche dalla California come “Doc”, le virgolette sono d’obbligo, di Napa o Sonoma Valley.
Franco Ricci è alla testa di una macchina da guerra, ventuno le persone coinvolte a tempo pieno, corsi della durata di nove mesi che ogni anno coinvolgono duemilacinquecento persone come 85mila sono quelle che si prenotano per le degustazioni. L’Oscar del Vino è solo il momento più spettacolare e frivolo. Oggi sapremo qual è il miglior bianco (vincerà il Trebbiano di Valentini sul Breg di Gravner e il Verdicchio di Villa Bucci?), il miglior rosso (il Pinot Nero di Franz Haas e l’Amarone di Speri all’assalto dell’Ornellaia), le migliori bollicine con un confronto che non potrebbe essere più qualificato: Franciacorta Anna Maria Clementi 1997 Ca’ del Bosco, Franciacorta Gran Cuvée Pas Opéré 1999 Bellavista e Trento Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1995 - Ferrari. Favorito, secondo le voci della vigilia, Bellavista che così bisserebbe l’Oscar del 2001 come già successe lo scorso anno alla Ferrari, prima una prima volta nel 2000 così come Ca’ del Bosco si impose nel 2003 (e nel 2004 come miglior produttore).
Bellavista alias Vittorio Moretti, classe 1941, costruttore edile bresciano che nel 1974 acquistò in Franciacorta i primi ettari e che oggi è alla testa di un piccolo impero del piacere eno-gastronomico, grazie anche alla passione delle figlie Carmen e Francesca e a quella del genero Martino De Rosa. Moretti avrebbe via via dato vita a realtà come la Mongolfiera dei Sodi nell’86 e l’Albereta nel ’93, entrambe a Erbusco, un’Albereta che a livello ristorativo vanta come patron Gualtiero Marchesi, mentre la parte albergo è curata da Carmen, brava due anni fa ad affidare lo spazio-relax a Henri Chenot. Quanto al vino, oltre alla Bellavista, dove Mattia Vezzola è ben più di un enologo, nel ’91 si è registrato, sempre in Franciacorta, il primo passo di Contadi Castaldi e nel ’97 l’acquisto a Suvereto (Livorno) dei primi cento ettari di quella che oggi è la cantina Petra, oggi trecento ettari, affidati alle cure di Francesca Moretti.
L’ultimo passo, protagonista anche Martino De Rosa con il gruppo Wiish, è poco oltre la Maremma livornese. Con la tenuta della Badiola, alle spalle di Castiglione della Pescaia in provincia di Grosseto, non abbiamo solo cinquecento ettari a vigna, ulivi e green golfistici. Una dimora già del granduca di Toscana ha stregato Alain Ducasse, francesissimo superchef che si divide tra Montecarlo, Parigi e New York (ma l’elenco è ben più lungo) e che prima di incrociare l’offerta del gruppo Moretti, www.terramoretti.it, aveva sempre detto che mai e poi mai avrebbe aperto un locale in Italia. In effetti, leggenda vuole che l’Andana, questo il nome della struttura alla Badiola, era destinata a Fulvio Pierangelini, chef e patron del Gambero Rosso, il cui mondo mentale dista ben più della settantina di chilometri che separano San Vincenzo da Castiglione. Oggi, invece di un tormentato e sublime artigiano dei fornelli, abbiamo un manager della gola, attento a non passare per il francese venuto a mostrar miracoli a noi poveri italiani. In effetti, Ducasse non poteva scegliere un profilo più basso e anonimo. Per ora ha aperto solo la Trattoria Toscana, 0564.944321, www.andana.it, stile rustico-chic in cui propone gli stereotipi della cucina toscana. Per il ristorantissimo bisogna pazientare, almeno un anno e un paio di vere nuove idee.