Le belle femmine di Verona

E il marmo si fece carne. Carne immersa nell’acqua, corpo sommerso che evoca la presenza del mare in cui si muove. Volumetria piena, sospesa, una massa bianca avvolta di liquido e luce. È la Donna che nuota sott’acqua, scultura di Arturo Martini (1889-1947) realizzata fra il 1941 e il ’42. La Donna di Martini è l’ultima creatura catturata dalla veronese Fondazione Domus (istituita dalla Fondazione Cariverona nel 2004) che ha l’obiettivo di creare un museo di arte contemporanea nel cuore di Verona.
Insieme alla bianca pescatrice acefala che ricorda le mutilazioni delle antiche sculture (fu decapitata dallo stesso autore perché la testa era ostacolo all’armonia della figura, alle sue linee), la Domus ora possiede anche le Bagnanti di Giorgio Morandi (1890-1964), olio su tela del 1915, una delle poche opere del periodo giovanile del pittore bolognese. Groviglio di corpi femminili leggeri che si confondono a rami e foglie, dove il colore della carne, dell’aria e della terra è lo stesso. Eco prepotente di Cézanne. Le Bagnanti e la Donna che nuota sott’acqua fanno parte de «La città e altri capolavori», opere quasi tutte del Novecento, pochi pezzi di altissima qualità esposti in una sala della Fondazione veronese fino al 27 agosto. Un percorso che sottolinea la ferrea volontà di Gino Castiglioni, anima di Domus, di accrescere la collezione, di seguire la strada della contemporaneità e fare spazio alle opere degli artisti italiani che hanno attraversato il Novecento (e anche di quelli che lo hanno superato). Eccezioni (perché appartengono al XVIII e XIX secolo) sono le vedute di Bernardo Bellotto, Carlo Ferrari, Ercole Calvi, ma poi si passa agli scorci di Augusto Manzini con il suo bellissimo studio di un Mattino d’inverno. Dei primi del Novecento è Alberi e siepe a Villa Borghese di Giacomo Balla (prima del periodo futurista), un quadro fatto di luce, tra l’oro del grano maturo, il rosso dei papaveri, il verde degli alberi da frutto. Pieno Futurismo per il Ritratto di signora (1911) di Umberto Boccioni, un volto dai colori elettrici, blu e verde.
E poi le nature morte di Ardengo Soffici, Gino Severini, fino al nitido realismo borghese di Felice Casorati con un suo interno familiare, padre premuroso, madre austera e figlio sorridente a colazione, e La canzone del Piave (1929) di Ettore Beraldini, dove tre generazioni di donne sono attorno a un pianoforte: madre, sposa e bambina di un soldato morto.