La bellezza nascosta dei templi del consumo

La personale «Centri commerciali» di Giovanna Vitale, fotografa, designer e docente universitaria (Fabbrica del Vapore, fino al 29 novembre) è il quarto appuntamento di una rassegna fotografica che l'associazione Polifemo ha voluto dedicare al tema delle «Merci», vero totem della contemporaneità. Ma in questo caso la riflessione si spinge più in là, spostando l'attenzione dalla merce al contenitore architettonico in cui essa è presentata, esposta, offerta, messa in vendita, scelta e acquistata. Le immagini in mostra appartengono ad una serie dedicata a centri commerciali fotografati in giro per il mondo: Amsterdam, New York, Berlino... Sono quelli che l'etnoantropologo francese Marc Augé ha propriamente definito «nonluoghi», luoghi dell'appiattimento, dell'«hic et nunc» e della spersonalizzazione in contrapposizione ai «luoghi antropologici», che sono al contrario identitari, relazionali e testimoni di un processo storico. Punti di transito, ma anche di commercio e svago, destinati ad un utente deprivato di ogni connotazione individuale, icona della massificazione e di una surmodernità che significa banalizzazione, i nonluoghi sono ben presto divenuti simbolo dell'alienazione, del non saper che fare, dell'aridità d'intelletto e di spirito che coinvolge intere famiglie, con mamme, papà e fratellini simpsonianamente immersi in weekend inscatolati e offerti «in serie». Tuttavia, Giovanna Vitale non si accontenta delle apparenze, e porta la sua macchina fotografica all'interno di questi «templi del commercio», grandi palcoscenici per le merci di cui, di primo acchito, non si intuisce null'altro che il loro essere contenitori ridondanti di forme e colori, traboccanti di ogni genere di oggetti, tutti simili in ogni parte del mondo e tutti improntati all'estetica del consumo. Per scoprire che, a un livello più profondo, questi luoghi possono avere una loro specificità che li distingue gli uni dagli altri, e recuperare anche quella dimensione storica e quella dignità artistica (nel senso «elevato» del termine) di cui la riflessione di Augé li ha spogliati. E forse Milano è, in tal senso, città che più di altre in Italia ha saputo sublimare l'appiattimento, impadronendosi anche di quei luoghi che, in apparenza, sembrerebbero paradigmi del postmoderno più deteriore. In linea con le grandi capitali europee. Knightsbridge ha i suoi Harrods? Parigi le sue Galeries Lafayette? Bene, a Milano La Rinascente (così battezzata nel 1917 da Gabriele D'Annunzio, per la ricostruzione degli ex Grandi Magazzini Fossati in seguito a un incendio) è divenuta ormai un simbolo cittadino, un vero e proprio «brand» milanese, con lo scintillante ingresso sotto i portici e l'inconfondibile vista sul Duomo. Tra le realizzazioni più recenti, sembra ricalcare un percorso analogo l'Iper Portello, ricavato in una parte dell’ex Alfa Romeo e più vicino a un luogo di aggregazione e incontro che a un anonimo contenitore di merci. Le stazioni sono tra i nonluoghi più emblematici? Certo, ma quant'è difficile immaginare il cannocchiale di via Vittor Pisani orfano dell'austero profilo della Centrale, divenuta anch'essa, negli anni, irrinunciabile porta d'ingresso della città. Sono nonluoghi i grandi centri direzionali? Non lo sono senz'altro il Grattacielo Pirelli e la Torre Velasca, opere di punta del razionalismo milanese degli anni Cinquanta, veri e propri laboratori di modernità che hanno fatto scuola in tutta Italia. E se è vero che l'arte vuole - e deve - essere in primo luogo occasione di riflessione, l'opera di Giovanna Vitale fa sì pensare all'artificialità del nostro rapporto con l'iper-consumismo, ma al contempo propone un modello di nonluogo al crocevia tra elemento di uniformità trasversale ai mondi e alle culture e momento di riaffermazione delle specificità cittadine. Come è avvenuto a Milano.