Le bellezze d’Italia sfregiate da sigle senza senso

Appello al ministro Bondi: non ci può essere tutela dei beni culturali se non ridiamo dignità alle parole. La lingua va difesa dalle astrusità come il paesaggio dalle pale eoliche

Una semplice esortazione al ministro Bondi. Caro ministro, cominciamo a restaurare le parole. Non aveva fatto un richiamo alla difesa della lingua italiana, nelle sedi istituzionali europee, anche il presidente del Consiglio? E, dovendola difendere, non sarà bene che la lingua italiana sia bella? Proprio il ministero (per la Cultura, non per i Beni culturali) dovrebbe dare l’esempio, sbarazzandosi di quella terminologia ideologica che trasformò la «Patria» in «Paese», il «paesaggio» in «territorio», gli studiosi» in «operatori culturali», i «critici d’arte» in «curatori indipendenti», e analoghe amenità.
Occorre poi, caro ministro, bruciare quell’insolente logo, con la grottesca sigla verticale Mibac, modestissima espressione di provincialismo grafico, nella patria di Raffaello: una indecifrabile silhouette blu. E poi le sigle Darc, Maxxi: ma dove siamo? La lingua di Petrarca, umiliata dal Mibac. Possiamo ripartire da lì. Ridare dignità alle parole. Direzione generale e Sopraintendenze ai Monumenti; Direzione generale e Sopraintendenze ai Musei e alle Gallerie; Direzione generale e Sopraintendenze al Patrimonio Storico e Artistico delle Province; Direzione generale e Sopraintendenze alle Antichità (o Archeologiche)... Altro che: Beni architettonici, artistici, edemoetnoantropologici, ma va’ là! I Beni: espressione materialistica, propria del diritto fallimentare e avvocatesca, nata da funzionari amministrativi (non certo eredi di Winckelmann, di Mengs, di Cicognara), contrapposta al Bene (assoluto, singolare, morale); e soprattutto al Bello (ideale). Da qui deriva la storica denominazione, da ripristinare: Direzione centrale e Sopraintendenze alle Antichità e Belle arti.
Le parole indicano le cose. Ora confondono. Siamo passati dalle Belle arti ai beni artistici, dal «godimento» alla «fruizione», «dall’ornamento e decoro» «all’arredo urbano», dall’armonia alla sinergia. E si vede. Occorre un restauro radicale del linguaggio e, al contrario, per conservare l’aura dei monumenti, un restauro timido, che non si faccia vedere. Occorre ancora, e prima di tutto, come chiede la Costituzione, difendere il paesaggio, salvaguardarne l’integrità; e arrestare, dunque, le pale eoliche, e quelli che le impiantano e le autorizzano. Il più grande studioso di estetica del Paesaggio, Rosario Assunto, se le avesse viste nella sua Sicilia (era nato nei pressi di Caltanissetta, a San Cataldo) ne sarebbe morto. Il paesaggio, già umiliato in «territorio», ha una sacralità che è fatta di mito, integrità, civiltà contadina, memoria. Trasformarne la morfologia è come sfregiare un dipinto di Leonardo o di Caravaggio, in nome dei «tagli» di Fontana. Si è arrivati a montare pale eoliche su quel sigillo di silenzio e di morte che è il Grande Cretto di Burri a Gibellina, poco lontano da Salemi, aggredita da ogni parte, e da ogni punto di vista, da queste sciamanti e insensate eliche che producono energia per disperderla. E mai quanta richiesta. Anni fa, in nome di una scellerata modernità, si è fatto un anello di asfalto, per una pista da corsa, intorno al lago di Pergusa, dove i greci videro il mito di Proserpina rapita nell’Ade. L’inferno è emerso dagli inferi. Non è bastato. Ora la «numinosità» di quei luoghi è violata da macchine ad eliche che, in una rudimentale e timida versione obsoleta, furono impiantate, e mai funzionanti, perfino a Mozia dove tuttora insensatamente restano. Ora la Sicilia, specie nel Val di Mazzara, tra Salemi e Segesta, a Santa Ninfa, a Poggioreale, in tutti i luoghi già devastati dal terremoto del Belice, ne è invasa. Ed esse si affacciano sui crinali delle colline anche a Segesta, e nella Valle dei Templi ad Agrigento, e a Vizzini, davanti a Buccheri, e a Tremonzelle, e a Mineo, senza rispetto, senza misura, senza pietà. E lo spirito dei luoghi è dissolto per sempre. Mentre si vaniloquia di turismo culturale. Quale turismo? E quale cultura? E quale rispetto della natura, dell’ambiente, del paesaggio? Ma perché si osa sfregiare la Magna Grecia e non le Cinque Terre? Altro che epopea garibaldina: questa è la vera invasione, che sfrutta l’abbandono, l’arretratezza e la miseria. Ai sindaci di paesi poveri si promette, nella certezza di danneggiarli irrimediabilmente, un «ecorisarcimento». La parola dice tutto: si risarcisce ciò che si è tolto. Ma non c’è danaro che ripaghi la bellezza perduta.
Caro ministro, i monumenti, i dipinti, i musei tentano di difendersi da soli. La lingua e il paesaggio sono subdolamente aggrediti e vengono contaminati per distrazione, per leggerezza, anche con l’inganno. La «sinergia» e le «pale eoliche» si equivalgono: sono forme di corruzione del pensiero e dello sguardo. Occorre fermarsi e, se non ritrovare un occhio e una lingua puliti, riscattando parole e terre offese, dare l’esempio, a partire dal Ministero che ha il compito di salvare la bellezza. Come potrà altrimenti la bellezza svanita salvare il mondo?