La bellissima Brooke pronta a diventare la regina di Broadway

Dopo «Grease» e «Cabaret» a quarant’anni la Shields debutta a New York in «Chicago». «Per me è l’avventura più bella» spiega l’attrice, nota per i ruoli scabrosi

Silvia Kramar

da New York

All’inizio di settembre, quando Brooke Shields debutterà a Broadway come protagonista del più bel musical del leggendario Bob Fossey, Chicago, il suo nome entrerà nel firmamento delle grandi dame del teatro americano. Dopo aver indossato i panni della scatenata Betty Rizzo in Grease e di Sally Bowles in Cabaret, dopo aver stupito le platee americane nel ruolo di Ruth Sherwood nel dramma Wonderful Town, l’ex bambina fotomodella che indossava, ammiccante e senza mutandine, i primi jeans di Calvin Klein, dimostrerà veramente di aver conquistato il teatro americano. Il suo nome, sulle locandine illuminate a giorno del teatro Ambassador, sulla 46ª strada, ricorderà agli americani, ogni sera, che la bambina prodigio è diventata un’attrice di teatro, anzi del teatro più difficile e più americano: il musical.
«Per me è l’avventura più bella - ha raccontato la Shields - adoro il palcoscenico». In Chicago la sua Roxie balla, canta e si getta nell’avventura della malavita e del jazz delle notti a luci rosse, nel proibizionismo anni Trenta, prima di rischiare la pena di morte per aver ucciso il suo amante. E lei, adesso, lo sa fare alla perfezione, anche se la sua non è stata una strada facile. Era diventata famosa, nel 1978, a tredici anni, quando sua madre l’aveva «offerta» al regista Louis Malle per la parte più scabrosa di un film indimenticabile, Pretty baby: aveva il ruolo di un’adolescente la cui verginità veniva venduta, in un bordello, al miglior compratore. Le polemiche erano scoppiate con tale furore che la Shields era stata chiamata a testimoniare davanti a una commissione del Senato, giurando che le scene di nudo erano state girate da una controfigura. Ma pochi anni dopo un servizio fotografico che la vedeva interamente nuda, a dieci anni, era finito su tutti i giornali. Sua madre, Terry, che l’aveva lanciata come fotomodella all’età di undici mesi in una campagna pubblicitaria del sapone Ivory, aveva cercato di bloccare le foto, ma inutilmente: il tribunale le aveva definite «foto artistiche» e oggi sono ancora di dominio pubblico.
La relazione con la madre, che anni prima aveva divorziato da suo padre, Frank Shields, un manager della ditta di cosmetici Revlon, era continuata, per anni, con la stessa intensità con cui era iniziata: si racconta che la madre, per paura di lasciarla soffocare nel sonno, da neonata se la fosse legata sulla pancia per lunghi mesi. Sempre al timone della sua carriera, prima di essere malamente «licenziata» dalla figlia nel 1995, Terry Shields l’aveva spinta, a solo sedici anni, a pubblicare la prima autobiografia, On my own; nella quale Brooke prometteva di voler rimanere vergine fino al matrimonio, mentre i fotografi l’inseguivano per rubare alcune immagini dei suoi primi fidanzati: Michael Jackson, Alberto di Monaco, Liam Neeson, John Travolta.
Ma la «vergine» del momento aveva firmato un contratto con la casa editrice, che l’obbligava a rimanere illibata per almeno cinque anni dalla pubblicazione; circondandola di una curiosità quasi morbosa ad ogni passo. La Shields, considerata dal settimanale People una delle cinquanta ragazze più belle del mondo, era quindi finita nel novero delle star caste e pure, senza peraltro perdere un grammo di classe. Dopo essere tornata al cinema con Laguna Blu, in cui la madre aveva obbligato il regista a incollarle i capelli sul seno per paura di immagini scandalose, e dopo aver interpretato altri film di serie B, si era iscritta all’università di Princeton: nascosta agli occhi di un mondo che per anni l’aveva seguita morbosamente, aveva ottenuto una laurea a pieni voti. Poi aveva ricominciato a lavorare, ma sembrava che il cinema non la volesse più. «Non è mai facile passare da enfant prodige ad attrice adulta - spiega una executive della Paramount - ma Brooke non si è mai arresa. Anzi, adesso che debutterà in Chicago diventerà una delle signore di Broadway. Davanti alla sua tenacia mi tolgo tanto di cappello. La sua non è mai stata una carriera facile».
Nel frattempo c'erano stati altri insuccessi cinematografici, come Brenda Starr o la commedia italiana diretta da Ilaria Borrelli, Mariti in affitto (accanto a Maria Grazia Cucinotta), mai uscito sugli schermi americani, un matrimonio fallito col tennista André Agassi, che dopo due anni l’aveva abbandonata, e una lotta personale e durissima con un tumore, che l’aveva lasciata, secondo il parere dei medici, incapace di diventare madre. Risposata sull’isola di Catalina col californiano Christopher Henchy, l’attrice si era però sottoposta ad una intensissima cura per l’infertilità, mettendo al mondo miracolosamente, nel 2003, la splendida Rowan. Una maternità che le aveva provocato una terribile depressione post partum, che l’aveva spinta sull’orlo del suicidio. Guarita grazie agli psicofarmaci, avrebbe scritto un libro, Down came the rain, per aiutare altre madri stritolate della depressione.
Finché, due mesi fa, nella sua veemente campagna per Scientology, Tom Cruise non l’aveva accusata di essersi inventata una malattia che non esiste: la sua setta, difatti, si oppone ciecamente agli psicofarmaci. Con grande serenità, la Shields gli aveva risposto con un articolo pubblicato sul New York Times, nel quale gli aveva fatto fare veramente la figura dello stupido.
Così, fra tre settimane, Broadway accoglierà Brooke da vincitrice. Ballerà, canterà, tornerà a far innamorare di sé critici e pubblico. A quarant’anni è una donna completa. O forse no? «Non ho mai fatto film violenti - sorride -. Mi piacerebbe farne uno, ma solo se a dirigerlo fosse Quentin Tarantino.» Prossimamente su questi schermi?