Bellissimi musei, quasi da museo

Fu l’ultima epoca d’Europa in cui la libertà non aveva ancora quello sterile sapore di rivendicazione. Si era liberi, c’est tout. E perciò schiavi di un panico voluttuoso: nel sesso, in politica, nel denaro. Christopher Isherwood l’ha raccontato nel perfetto Mr. Norris se ne va e in Addio a Berlino, ma ci sarebbero anche Thomas Mann, Brecht e Weill, Heidegger, i film di Fritz Lang, il Bauhaus di Gropius. Un giorno, uccisero per strada l’industriale ebreo Rathenau. Un altro, arrivò la Grande depressione. Poi, nel 1933, l’incendio del Reichstag e la presa di potere nazista. Nemmeno quindici anni divisi tra «utopia e tragedia», come recita il sottotitolo di La Germania di Weimar di Eric Weitz (Einaudi, pagg. 446, euro 38, trad. P. Arlorio).