Un bellissimo festival tutto da dimenticare

nostro inviato a Mantova

B reve elenco, incompleto ma sostanziale, delle cose notevoli e di quelle dimenticabili del Festivaletteratura di Mantova, edizione 2011.

COSE NOTEVOLI
La galleria d’arte contemporanea a Palazzo Beccaguti Cavriani, che venerdì sera ha ospitato il party Mondadori. Location elegantissima, giardino con vasca lunge, musica soft, buffet raffinato, invitati radical. Molto chic. Eccitati direttori editoriali in cravatta e annoiate signore in sandali con tacco. Una sequenza uscita da Monamour di Tinto Brass. Fe(s)ticista.
I due film-documentario su Roberto Bolaño e su Philip K. Dick. Le cose più belle passate a Mantova. Fossimo a un festival del cinema sarebbe logico. A uno di letteratura, un po’ meno.
L’eleganza di Valerio Massimo Manfredi, in abito tabacco, camicia di lino, barba bianca alla Sean Connery, cappello modello Fedora. Un po’ intellettuale, un po’ Indiana Jones. Archeo ma pop.
Le bancarelle dei vecchi libri sotto i portici di palazzo Ducale. Si trovano titoli più interessanti di quelli presentati agli incontri in programma al festival. Ma è un parere puramente soggettivo.
L’escusivissima cena Bompiani al ristorante Ambasciata di Quistello in onore dello svedese Jonas Jonasson, recordman insieme a Giorgio Faletti per la coda di cacciatori d’autografi più lunga del festival. Il ristorante, dicono gli esperti, è uno dei tre-quattro migliori d’Italia. E il romanzo di Jonasson, dicono i critici, uno dei più divertenti. Entrambi da provare.
Il contrabbasso di Ares Tavolazzi. Perché? Non si sa.
I silenzi carichi di significato di Antonio Moresco. Il più grande scrittore italiano vivente? Può darsi.
I sandali del poeta Valentino Zeichen, la cui teoria del piede nudo che scarica calore – in quella che, a memoria di Mara Vitali, è stata l’edizione più calda, umida e appicicaticcia del festival – ha avuto un certo successo. A dimostrazione che la poesia a qualcosa, in fondo, serve.
La contagiosa simpatia di Vincenzo Latronico, vera rivelazione del festival, mediamente molto più brillante dei suoi ospiti agli «Intervalli d’autore», dalla Dandini a Severgnini. I giovani sono cari agli dèi. E anche al pubblico di Mantova.
Lo humor di Bruno Gambarotta. Senza tempo.
L’aneddoto svelato nell’incontro tra Gad Lerner e Vito Mancuso: il teologo, editor di Fazi, propose al giornalista un libro dal titolo Gesù, un ebreo di sinistra come me. Libro che Lerner si è ben guardato dallo scrivere. Per fortuna
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COSE DEPLOREVOLI
Tutto lo show inaugurale di don Gallo, ad eccezione della barzelletta anti-gerarchia sulla Trinità. Dunque, ci sono le Tre Persone della Trinità che stanno discutendo su dove andare a farsi un bel viaggio. Lo Spirito Santo dice: «Io vado alle Seycelles». «Alle Seycelles?», si stupiscono gli altri. «Sì, a riposare un po’». «Ah, va bene». E Gesù: «Io invece voglio andare a Roma…». «A Roma!?!», chiede Dio. «Sì, Roma, dove c’è il Vaticano»... «Vaticano? Mai stato», scuote la testa Dio.
Le Kippah colorate di Moni Ovadia. Perché? Così.
Margaret Mazzantini, cinquant’anni, che continua a vestirsi come una ventenne. Ma perché?
Alcune fastidiose sovraesposizioni tra i nomi dei moderatori. Comunque, da premiare l’abnegazione dello stakanovista Stefano Salis, del Sole24Ore, che ha presenziato quattro incontri in quattro giorni. I soliti ignoti.
Le battute di Beppe Severgnini. A proposito: scambio di battute fra una giovane coppia dopo aver incrociato Severgnini davanti alla sala stampa. Lui: «Hai visto chi è passato?». Lei: «Chi?». Lui: «Dài, era De Bortoli, il direttore del Corriere…». Lei: «Ah, in televisione sembra più giovane…».
Le prediche pallosissime di Erri de Luca sull’«arte della fuga», sul «fuggire per iniziare di nuovo a vivere e a combattere» - proprio lui - e sulla scrittura «che è come piantare un albero, all’inizio fa fatica, poi attecchisce, infine si dirama in basso e verso l’altro». Noia Continua.
La retorica del direttore del canale satellitare News di Al Jazeera, Mostefa Souag. Da chi lavora in un osservatorio privilegiato sul mondo come il suo, ci si aspetterebbe qualcosa in più dell’analisi fornita sulla Primavera Araba: l’anelito di libertà, il desiderio di democrazia, i diritti umani… Domanda: «Ma cosa ci dobbiamo aspettare ora nel Nord Africa?». Risposta: «Difficile dirlo. Dobbiamo attendere gli eventi». Candidato di diritto al premio «È giornalismo».
Ferruccio De Bortoli che all’ultimo momento ha dato buca all’incontro in programma con Alain Finkielkraut: «Mi spiace, so che lo attendevate con ansia», ha detto scusandosi con il pubblico il presentatore che lo ha sostituito. Dal pubblico: «Noi con ansia attendevamo Finkielkraut…».