Ma di bello c’è solo che puoi ancora scegliere di lavorare

Le età dell’uomo si dividono in tre grandi epoche: dai 20 ai 30 anni; dai 30 ai 50; e, infine, «ti vedo benissimo».
A quest’ultima appartiene il popolo dei pensionati e qui voglio dire coloro i quali lasciano il posto fisso di lavoro, per raggiunti limiti e godono di libertà vigilata, ora d’aria compresa. Un popolo vario e meno avariato di quello parallelo che è ancora alla lima, alla scrivania, in carriera, prigioniero dell’orologio, con l’occhio fisso al calendario, figlio dell’Ogino Knaus e delle ferie, costretto a emigrare soltanto nel fine settimana.
Lo studio effettuato su quattordicimila «esemplari» dai ricercatori francesi dell’Inserm, conferma che il logorio della vita non si combatte con l’aperitivo al carciofo ma andando in pensione con qualche anno di anticipo. Basta poco, direi prima del compimento del fatidico dodicesimo lustro, tanto per confondere le idee, insomma i sessant’anni, la svolta, quella dello sconto al cinematografo e sui tram. Cambia la vita, lo giuro, cambia il suo ritmo, cambia la qualità dell’essere e dell’esistere, dopo un primo periodo di malinconia da solitudine, da isolamento, da fine lavori. È quello il momento della verità, è l’attimo che non deve fuggire, anzi va acciuffato e tenuto stretto, per capire il privilegio che viene accordato, la libertà di poter scegliere, il «nulla», inutile, il «tutto», pericoloso, l’«ancora un po’», piacevole. Lo stato di salute migliora perché si ha il tempo necessario a proteggere la salute medesima, perché la pillola è sempre lì puntuale all’appuntamento ma scompare l’angoscia della sveglia, del caffè ingoiato con la brioche che ingolfa il gargarozzo, la corsa per non perdere il tram, la metropolitana, il treno dei pendolari o la ricerca schizofrenica del parcheggio.
Al grido di chissenefrega il risveglio è un libera tutti, ognuno fa come crede, anzi, come accadeva dopo l’ultimo giorno di scuola, dell’ultimo anno di studi: si impilavano i libri, i quaderni e in cima a tutto il diario, quindi si collocava la torre in mezzo al corridoio di casa, si prendeva la rincorsa e con un calcio preciso si segnava il gol della vittoria, della liberazione, della libertà non ancora.
Ora non vorrei che questo appello alla pensione, o al prepensionamento, venisse frainteso dai culi di pietra presenti in ogni posto di lavoro, dagli impiegati della vita, da quelli che senza una sedia, una lampada, una scrivania si sentono inutili, persi, finiti ma non sfiniti. Sappiano che oltre i suddetti oggetti di arredamento esiste la vita, esiste ancora il lavoro, inventato, creato da noi stessi oppure conseguenza dell’impiego precedentemente occupato.
La vita è bella non perché si va in gita o al bar con gli amici. La vita ritorna bella perché si può scegliere di viverla e non di subirla passivamente soltanto sul posto di lavoro, nel rettilario quotidiano, tra invidie, gelosie, tradimenti. La ricerca degli studiosi francesi a questo punta, a far capire che, in fondo, staccare si può, non a fine giornata ma a fine carriera, con tutti i benefici che ne derivano, nelle relazioni, nella sanità del corpo, nel gusto pieno della vita che non è uno spot da carosello pubblicitario ma è roba seria, profonda che si apprende e comprende in età matura, a fari spenti.
Lascio ai mafiosi il loro slogan elegante «cumannare è megghiu i ficcari», preferisco vivere, sapendo che c’è stato il tempo per comandare, va da sé che è venuta l’ora per occuparsi del resto. La pensione? Meglio l’albergo.