Bello, ma meno dell’«Ultimo bacio»

Registi italiani a Hollywood? Prima di Gabriele Muccino, c'era stato Franco Amurri, che sposò Susan Sarandon; che divorziò da Susan Sarandon; ma che fuori dallo stato civile lasciò solo Flashback (1990) e Il mio amico Zampalesta (1994). Con La ricerca della felicità, Muccino lo supera di slancio. Questa riproposta, in epoca bushiana, di ideali rooseveltiani ambientata in epoca reaganiana; questa miscela tra Furore di Ford e Ladri di biciclette (qui ladri di scanner) di De Sica, è una sfida temeraria. Muccino l'ha vinta dove più conta: gli Stati Uniti. È infatti una legge non scritta di Hollywood che ogni dollaro d'incasso vale, moralmente, più d'ogni euro. In Italia un esito altrettanto favorevole è da verificare. Se La ricerca della felicità è meno bello dell'Ultimo bacio, è più bello della media produzione hollywoodiana. E poi un fondo di realismo europeo percorre in questa storia di declino di un commesso viaggiatore (Will Smith). La sua ascesa infatti prende solo gli ultimi cinque minuti e non la si vede, la si legge nelle didascalie. L'essenza del film - che decolla quando si libera di Thandie Newton e del suo personaggio di moglie delusa - è un testa a testa fra padre (Will Smith) e figlio (Jaden Christopher Syre Smith), tali sia nella finzione, sia nella realtà.
Si direbbe che Muccino abbia visto Il giovedì di Risi e se ne sia ricordato: anche questo va a suo onore. In Italia troverà stroncature, perché nella Ricerca il lieto fine è dilazionato, non evitato; perché il mito americano viene strapazzato, ma salvato. Ma chi altro in Italia è così stimato da meritarsi un viaggio in California e un contratto per un film di queste dimensioni? Chi altro - dopo il De Robertis del Mulatto (1950) - ha saputo esaminare la questione del colore della pelle senza scivolare nel patetico razziale? Certo, il patetico c'è anche nella Ricerca della felicità, ma è un patetico sociale, non è la stessa cosa: quel che Muccino mostra è la ricerca, non la felicità. Certo, per poter gettare una luce crudele su San Francisco, Muccino ha dovuto risalire al 1981. Ma pazienza. Oltre a liberarci da onnipresenza di telefonini e computer, il salto indietro nel tempo permette di esaminare il prezzo del «sogno americano», che talora si fa incubo. La desolazione dell'essere un fallito in un Paese protestante (e negli Stati Uniti in particolare) è peggiore di quella di esserlo in un paese cattolico. Muccino la descrive con angoscia, ma non col masochismo da regista americano alternativo.
Muccino non è alternativo: arrivato a Hollywood, probabilmente ci resterà, facendo avanti e indietro con l'Italia, come nessun altro italiano, ma come tanti europei. Altri, che girano film «due stanze e cucina» saranno capaci d'invidiarlo e incapaci d'emularlo. Altri ancora, che scrivono di film, esiteranno ad ammettere che mancano all'Italia proprio i solidi professionisti come Muccino. Ci sono solo epigoni di questo o di quello, che dunque girano sempre lo stesso film «alla maniera di... ». I grossi festival offriranno loro una tribuna; ma l'oceano non si aprirà per farli passare.

LA RICERCA DELLA FELICITÀ di Gabriele Muccino (Usa, 2006), con Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith. 120 minuti