Bello, spavaldo e sconfitto Incornato il torero di Armani

La groppa era un luccichio di sangue. Banderilleros e picadores erano già entrati nell’arena per trafiggere la schiena del toro. Fino a quel momento Cayetano Rivera era rimasto in disparte aspettando il momento perfetto: l’atto finale, la danza con la morte. Con la sua cappa aveva iniziato a saggiare il gigante nero. Un temperamento selvaggio, un paio di rotazioni, per calibrare forza e agilità. Sotto il sole caldo delle cinque il pubblico stava lì, ad aspettare il sacrificio. Il sangue dell’animale.
Ma domenica scorsa, nell’arena del Puerto de Santa Maria, Cadice, il toro ha avuto la meglio. Rivera cercava il punto perfetto da colpire, scuoteva la cappa e aspettava di assestare il colpo finale. Un colpo vibrato e avrebbe infilzato la spada tra le scapole. Un paio di giri ancora e la lama sarebbe affondata fino al cuore. Allora, un attimo prima, il toro si sarebbe fermato, ansante, sconvolto, esausto, disorientato dalle giravolte, confuso dalle figure dell’uomo, avrebbe ceduto. Ma Rivera, il bel Rivera ha vacillato.
Il matador voluto da Armani per le sue pubblicità ha una storia che parla da sempre di tori. Nelle sue vene scorre il sangue di Antonio Ordonez e Luìs Dominguin. Ed è il figlio minore del grande «Paquirri», uno dei più famosi matadores di Spagna: Francisco Rivera Perez, morto nell’arena nel settembre 1984 vicino a Cordoba. Quest’uomo, che per i matador è quasi un mito, sul letto di morte spiega al medico, in modo lucido, la grandezza e il tipo di ferita: «La mia esperienza professionale mi dice che questa cornata ha almeno due traiettorie. Faccia quello che deve fare. Tranquillo, sono nelle sue mani. Voglio solo un bicchiere d’acqua». Ma il medico tergiversa, perde tempo. Il cuore che pulsa nelle vene del collo, la paura lo paralizza, non c’è coraggio. Non riesce ad amputargli la gamba. Ancora prima di arrivare all’ospedale il matador muore dissanguato.
La mamma di Cayetano, Carmen, era una delle donne più belle di Spagna e figlia del grande Antonio Ordonez, amico di Ernest Hemingway. Ordonez era il torero di Hemingway, l’uomo a cui si ispira per scrivere Morte nel pomeriggio, un romanzo che è anche un profondo trattato di tauromachia, una riflessioni sui tori, sull’uomo e sulla morte.
Il giovane Rivera si porta sulle spalle tutto questo. A settembre ha ricevuto «l’alternativa» nella storica piazza di Ronda, in Andalusia, dalle mani del fratello, Francisco Rivera Ordone, anche lui torero. In Spagna è il simbolo di una nuova stagione di matador, belli e coraggiosi, uomini da passerella e da muleta. Rivera è caduto senza avvertire il dolore. Un passo sbagliato, le corna a pochi centimetri dal corpo, la ferocia tutta in uno sguardo. Colpito alla gamba sinistra da una cornata. Una ferita profonda ma non mortale. Il toro questa volta ha perdonato. Rivera, ricoverato d’urgenza in ospedale, se la caverà. Una cornata con tre traiettorie diverse, da sei a otto centimetri quella che va verso il basso, dai 12 ai 15 centimetri quella più pericolosa, quella che sfiora la vena femorale. Una distrazione, questione di un lampo, e le corna del toro sarebbero state fatali. I tori da corrida sanno far male. L’uomo e l’animale si giocano ancora la partita finale. Vince la morte solo chi tra i due è perfetto. La crudeltà della corrida è proprio questo: non ammette sbavature, imperfezioni, ripensamenti. È il tempo che rallenta, dove tutto deve essere in sintonia, in equilibrio. È la danza leggera e crudele che non accetta limiti, che pretende solo l’assoluto. Il resto è umano. È errore e sfiducia, è uno scambio di sguardi con il diavolo nero. Movimenti rapidi e precisi. È l’uomo che sfida e vince la natura. È una ferita che non brucia perché non c’è tempo per sentire il dolore.