Bellocchio: «Il mio film comicamente folle»

Il cineasta parla de «Il regista di matrimoni», la pellicola che finirà di girare a ottobre

Michele Anselmi

da Pesaro

Marco Bellocchio è di ottimo umore. Ha portato al Festival di Pesaro, che si conclude stasera, cinque minuti del suo nuovo film, Il regista di matrimoni, e un discreto numero di quadri da lui dipinti, in mostra alla galleria di Franca Mancini. A 65 anni passati, l'autore dei Pugni in tasca, l'ex maoista arrabbiato, ha accettato di buon grado, sorridendoci sopra, perfino la coabitazione con La guerra dei mondi: accade infatti che al cinema Astra fino a una certa ora del pomeriggio passino i titoli della retrospettiva bellocchiana (ieri Diavolo in corpo e Il volo della farfalla), poi si sbaracca per far posto al kolossal di Spielberg, unico che incassi in questi tempi di magra.
Magari è un segno dei tempi. Magari no. Di sicuro i cronisti sono qui nel tentativo di strappare a Bellocchio qualche notizia sul misteriosissimo Il regista di matrimoni. Arriva solo una conferma: il film, interpretato da Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey e Giulio Brogi, non andrà a Venezia. Manca ancora una settimana di riprese, prevista per ottobre, quindi non se ne fa niente. Per il resto, il cineasta piacentino, reduce dai fortunati L'ora di religione e Buongiorno, notte, svicola alla sua maniera, confidando ai microfoni di Hollywood Party, su Rai RadioTre: «Il film racconta una storia bizzarra. Così bizzarra che il padrone della casa in cui abbiamo svolto parte delle riprese, ironizzando, mi ha detto che avrei dovuto intitolarlo Il regista di manicomi». Troppo facile cavarsela così. «È un film comicamente folle che affronta situazioni familiari molto realistiche, ma con un registro assolutamente lontano dalla realtà».
Tutto qui? Diciamo allora che, ambientato e girato in gran parte in Sicilia, a Cefalù, Il regista di matrimoni non sembra destinato a provocare polemiche. Qui non si parla di Chiesa cattolica e beatificazioni, neanche di brigatisti e caso Moro. Il protagonista, Franco (Castellitto), è un regista arrivato a un punto morto della carriera. In crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale, molla la preparazione di un film dai Promessi Sposi per fare chiarezza dentro di sé. Pende su di lui l'accusa di essersi approfittato sessualmente, durante i provini, di un’attrice, ma le cose non stanno così. E comunque lui, perso nel suo viaggio senza meta, non lo sa. Approdato a Cefalù, viene riconosciuto da un regista dilettante che filma i matrimoni: magari è un modo per ricominciare, per divertirsi, per sperimentare. Intanto si fa coinvolgere da una giovane donna, figlia di un principe squattrinato e ambiguo, che sta per sposarsi. L'incubo si ripropone. Con sviluppi inattesi. Spiega Bellocchio: «Proprio come il Griso, uno dei “bravi” di Don Rodrigo, Franco tenterà di impedire con ogni mezzo il matrimonio, convinto che per la ragazza si tratti di un suicidio».
Come sempre in Bellocchio, la trama è uno spunto per infinite variazioni di stile, in bilico tra fantasticheria e psicoanalisi, tra appetiti sessuali e riflessioni sul cinema. Ad esempio, nel suo buffo peregrinare Franco incontrerà anche un regista incattivito e frustrato che s’è finto morto per poter finalmente conquistare un David di Donatello. Di più non è dato sapere. Benché Bellocchio inserisca questo film nel solco dell’Ora di religione, la materia appare molto meno rischiosa: «Lì attaccavo, provocavo, denunciavo l'ipocrisia di certe manovre legate alla Chiesa cattolica, qui il tono è diverso». Chissà, forse il senso del Regista di matrimoni poggia su un piccolo paradosso estetico-creativo: il cinema - la ragione per farlo - si può ritrovare dovunque, anche nel ritrarre l’odiata convenzionalità della cerimonia nuziale. O no.